D’Annunzio – L’estetismo e la sua crisi

L’ESORDIO
L’esordio letterario di d’Annunzio avviene sotto l’influenza di due scrittori che in Italia suscitarono maggiore risonanza, Carducci e Verga. Le prime due raccolte liriche, Primo vere del 1879 e Canto novo del 1882, si rifanno alle Odi barbare di Carducci, mentre la prima opera narrativa, la raccolta di novelle Terra vergine si ispira alla Vita dei campi di Verga.
Come si nota di più dal Canto novo, D’Annunzio ricava da Carducci il senso tutto “pagano” delle cose sane e forti, della comunione con una natura solare e vitale. Ma questi temi sono portati al limite estremo e toccano i vertici di una fusione ebbra tra io e natura, che anticipa gli aspetti del panismo superomistico. Non mancano però spunti diversi, visioni cupe e mortuarie, che, già nel giovane d’Annunzio, fanno capire come il vitalismo sfrenato nasconda sempre in sé il fascino ambiguo della morte.
In Terra vergine, il modello è il Verga rusticano di Vita dei campi: anche d’Annunzio presenta la tematica regionale inserendo personaggi e paesaggi della sua terra, l’Abruzzo. Tuttavia nel libro non c’è nulla dell’indagine condotta da Verga sui meccanismi della lotta per la vita nelle “basse sfere” e non è presente l’impersonalità tipica di Verga. Il mondo rappresentato il Terra vergine è idillico; nella natura rigogliosa esplodono passioni primordiali soprattutto sotto forza di un erotismo infrenabile, ma anche di una violenza sanguinaria. Sul piano delle tecniche narrative utilizzate, vi è una continua intromissione della soggettività del narratore, per esprimere i suoi pareri, che si contrappone pienamente all’impersonalità verista.
Sulla stessa linea si pongono le Novelle della Pescara. Anche questi testi, accanto all’interesse regionale e dialettale, rivelano l’ambiguo compiacimento per un mondo magico, superstizioso e sanguinario. Se quindi esteriormente le novelle di d’Annunzio si richiamano al regionalismo veristico, il loro contenuto profondo è totalmente diverso e si collega alla matrice irrazionalistica del Decadentismo.

I VERSI DEGLI ANNI OTTANTA E L’ESTETISMO
dannunzio
La stessa matrice irrazionalistica del Decadentismo è evidente nella produzione in versi degli anni Ottanta, che rivela l’influenza profonda dei poeti decadenti francesi ed inglesi. D’Annunzio insiste su temi di sensualità perversa riassunti in immagini di una femminilità fatale e distruttrice.
Queste opere poetiche sono il frutto della fase dell’estetismo dannunziano, che si esprime nella formula “il Verso è tutto”. L’arte è il valore supremo della vita, e ad essa devono essere subordinati tutti gli altri valori. La vita si sottrae alle leggi del bene e del male e si sottopone solo alla legge del bello, trasformandosi in opera d’arte. Sul piano letterario, tutto ciò dà origine ad una ricerca di eleganze estenuate, di artifici formali. La poesia non sembra nascere dall’esperienza vissuta, bensì da altra letteratura. I versi dannunziani pertanto sono fitti di echi letterari, che provengono dai poeti classici, da quelli della tradizione italiana, ai contemporanei poeti francesi ed inglesi.
Così si sviluppa il personaggio dell’esteta, che si isola dalla realtà meschina della società borghese contemporanea in un mondo rarefatto e sublimato di pura arte e bellezza, è a ben vedere una risposta ideologica ai processi sociali in atto nell’Italia postunitaria, i quali tendevano a declassare ed emarginare l’artista, togliendogli quella posizione privilegiata e di grande prestigio di cui aveva goduto nelle epoche precedenti, oppure lo costringevano a subordinarsi alle esigenze della produzione e del mercato.
Il giovane d’Annunzio, proveniente dal ceto medio della provincia abruzzese, inserendosi negli ambienti intellettuali della metropoli, non si rassegna ad essere schiacciato da quei processi: vuole il successo e la fama, vuole condurre la vita di lusso aristocratico dei ceti privilegiati.
Però d’Annunzio non si accontenta di sognare, rifugiandosi nella letteratura: vuole vivere quel personaggio anche nella realtà. Perciò si preoccupa di produrre libri di successo, che vendano bene sul mercato, e sa utilizzare economicamente la pubblicità che deriva dagli scandali, dagli amori eleganti, dai duelli, dal lusso sfrenato. Propone un’immagine d’intellettuale che si pone fuori dalla società borghese, e fa rivivere una condizione di privilegio dell’artista che era propria di epoche passate, e che sembrava definitivamente tramontata.

IL PIACERE E LA CRISI DELL’ESTETISMO
Ben presto però d’Annunzio si accorge della debolezza di questa figura, l’esteta non ha la forza di opporsi realmente alla borghesia in ascesa, all’industrialismo, al capitalismo e all’imperialismo. Egli avverte tutta la fragilità dell’esteta in un mondo lacerato da forze e conflitti così brutali: il suo isolamento sdegnoso non può che diventare sterilità ed impotenza, il culto della bellezza si trasforma in menzogna. La costruzione dell’estetismo entra allora in crisi.
Il primo romanzo scritto da d’Annunzio, Il piacere, in cui confluisce tutta l’esperienza mondana e letteraria da lui vissuta sino a quel momento, ne è la testimonianza più esplicita. Al centro del romanzo si pone la figura di un esteta, Andrea Sperelli, il quale non è che un “doppio” di d’Annunzio. Andrea è un giovane aristocratico, artista proveniente da una famiglia di artisti. Il principio “fare la propria vita, come si fa un’opera d’arte”, in un uomo dalla volontà debolissima come Andrea, diviene una forza distruttrice, che lo priva di ogni energia morale e creativa, lo svuota e lo isterilisce.
La crisi trova come prova il rapporto con la donna. L’eroe è diviso tra due immagini femminili, Elena Muti, la donna fatale (donna vampiro), che incarna l’erotismo lussurioso, e Maria Ferres, la donna pura, che rappresenta ai suoi occhi l’occasione di un riscatto. Ma in realtà l’esteta libertino mente a se stesso: la figura della dona angelo è solo oggetto di un gioco erotico più sottile e perverso, fungendo da sostituto di Elena, che Andrea continua a desiderare e che lo rifiuta. Andrea finisce per tradire la sua menzogna con Maria, ed è abbandonato da lei, restando solo con il suo vuoto e la sua sconfitta.
Nei confronti di questo suo “doppio” letterario d’Annunzio ostenta un atteggiamento impietosamente critico, facendo pronunciare dalla voce narrante duri giudizi nei suoi confronti. In realtà il romanzo è percorso da una evidente ambiguità, poiché Andrea non cessa di esercitare un sottile fascino sullo scrittore con il suo gusto raffinato e con la sua amoralità (contro la morale). Quindi, pur segnando un punto di crisi e di consapevolezza, Il piacere non rappresenta il definitivo distacco di d’Annunzio dalla figura dell’esteta.
Nel suo impianto narrativo il romanzo risente ancora della lezione del realismo ottocentesco e del Verismo, che conservava in quegli anni piena vitalità. Sono evidenti le ambizioni a costruire un quadro sociale, di costume, popolato di figure tipiche di aristocratici oziosi e corrotti. Però, d’Annunzio mira soprattutto a creare un romanzo psicologico, in cui, più che gli eventi esteriori dell’intreccio, contano i complessi e tortuosi processi interiori del personaggio. Nel Piacere compare poi un’altra tendenza fondamentale, quella di costruire al di sotto dei fatti concreti una sottile trama di allusioni simboliche.

 

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Pubblicato da Raffaele C.

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