Dante Alighieri – Il Convivio


Opere Letterarie / lunedì, dicembre 9th, 2013

Il convivioFrutto degli studi filosofici e dell’allargamento d’orizzonti prodotto dall’esperienza politica è anche la prima opera dottrinaria di Dante, il Convivio, scritto tra il 1304 e il 1307. Negli intenti dell’autore doveva essere una vasta enciclopedia, in cui si raccogliesse tutto lo scibile umano. Con essa, Dante si proponeva di dimostrare la propria dottrina, per difendere la propria fama dalle accuse ingiuste che gli erano state mosse dai concittadini che l’avevano esiliato. Doveva comprendere quindici trattati, il primo introduttivo, mirante a spiegare le ragioni dell’opera, gli altri costruiti come commenti ad altrettante canzoni, allegoricamente interpretate. Viene in certo modo ripresa la struttura della Vita nuova, una serie di poesie inserite in un commento in prosa, ma non si tratta più di narrare una squisita esperienza soggettiva, bensì di esporre dottrine e concetti: l’amore di cui qui Dante parla è solo quello, in lui ardentissimo, per la sapienza; in secondo luogo non vi è più il disegno mistico e la problematica individuale del libretto giovanile, ma un fattivo impegno con la realtà morale e civile, che si apre ad un pubblico più largo e si propone un vero e proprio compito di promozione culturale. Il mutamento di scopi e di intenzioni è spiegato da Dante attribuendo la Vita nuova ad una fase ancora giovanile, il Convivio a quella di una raggiunta maturità («quella fervida e passionata, questa temperata e virile esser conviene»).
Il progetto però non fu portato a compimento; furono composti solo i primi quattro trattati, in cui venivano commentate tre canzoni, Voi che ’ntendendo il terzo ciel movete, Amor che ne la mente mi ragiona, Le dolci rime d’amor ch’i’ solia. Il motivo dell’interruzione non ci è noto: forse l’opera fu superata dal delinearsi, nella mente di Dante, del grande disegno della Commedia. Come da taluno è stato proposto, all’eccessiva fiducia nella filosofia come strumento per raggiungere la verità si sostituisce, nello scrittore, una maggiore umiltà, il proposito di valersi della guida della rivelazione divina. Per questo la Commedia segna un ritorno a Beatrice: la «donna gloriosa» della mente del poeta soppianta la «donna gentile» del Convivio, cioè, in termini allegorici, la Verità rivelata soppianta la Filosofia.

I CONTENUTI
Nel I trattato, che ha funzione di introduzione all’opera intera, lo scrittore ne espone ragioni e scopi. Per questo suo carattere introduttivo e preliminare il trattato è autonomo, non è cioè concepito come commento di una poesia. Dante vuole offrire un «banchetto» di sapienza (donde il titolo), ma non ai dotti, bensì a tutti coloro che, per «cure [occupazioni] familiari e civili», non abbiano potuto dedicarsi agli studi, pur essendo dotati di spirito «gentile», elevato e virtuoso. Per questo non scrive in latino, la lingua che la tradizione imponeva alle opere dottrinali, ma in volgare; anzi, del volgare pronuncia un’appassionata esaltazione, proclamando che la sua dignità è pari a quella del latino. Non bisogna però pensare ad un’opera divulgativa destinata ad un pubblico popolare: il pubblico a cui il libro si rivolge è di elevata condizione, «principi, baroni, cavalieri, e molt’altra nobile gente, non solamente maschi, ma femmine; che sono molti e molte in questa lingua, volgari e non litterati» (I, IX, 2). Si può notare come il pubblico a cui Dante mira non sia quello tradizionale dei “chierici“, ma neppure quello borghese-cittadino, composto di intellettuali “professionisti”, giudici, notai, professori, che era il pubblico della nuova cultura comunale. Dante mira ad un pubblico “nobile”, di una nobiltà che può essere di nascita ma anche solo spirituale ed etica; un pubblico quindi che sia capace di rivolgersi alla cultura in forma disinteressata, per puro amore di conoscenza, non per motivi di lucro, come fanno gli intellettuali di professione. Per Dante questa nuova aristocrazia, in contrapposizione alla borghesia mercantile e bancaria cittadina, avida e corrotta, dovrà costituire la nuova classe dirigente di una compagine politica rigenerata, capace di richiamare l’umanità alla «diritta via» (Mineo). E quest’ansia civile, questa volontà appassionata di contribuire con le parole al ristabilimento di un’ordinata convivenza umana, che soprattutto dà calore alla prosa del Convivio, greve di dottrina medievale, impostata sugli schemi astratti e aridi del ragionamento sillogistico.
Dante AlighieriNel II trattato Dante spiega il metodo che seguirà nel commento alle proprie canzoni, un metodo di lettura allegorico; poi, passando a commentare la prima canzone, offre una descrizione dei cieli e delle gerarchie angeliche da cui essi sono governati, in cui si può ravvisare l’impianto che sarà alla base del Paradiso.
Il III trattato è tutto un inno alla sapienza, che per Dante è la somma perfezione dell’uomo; vi tocca il culmine quell’entusiasmo filosofico, quel culto dell’intelligenza e del sapere che anima tutta l’opera, e che sarà uno dei filoni poetici più importanti della Commedia (Getto).
Nel IV trattato viene infine affrontato un problema morale a quel tempo molto discusso, quello della vera nobiltà (lo si è già incontrato nella canzone Al cor gentil di Guinizzelli. Dante, confutando una tesi dell’imperatore Federico II, sostiene che la nobiltà non è solo privilegio di sangue, ma conquista personale attraverso l’esercizio della virtù. In quest’ultimo libro trova posto anche una prima enunciazione della teoria politica di Dante, incentrata sulla necessità di un impero universale, che qualche anno più tardi sarà sviluppata nella Monarchia.
La prosa volgare del Convivio è diversa da quella della Vita nuova: non più una prosa lirica, pervasa di afflato mistico, ma una prosa costruita per il ragionamento e l’argomentazione, più tesa e robusta. Vi si nota già la volontà di riprendere il modello degli scrittori latini, facendo gravitare intorno alla proposizione principale le proposizioni subordinate, disposte per grado di subordinazione. La sicurezza nell’impianto della scrittura fa del Convivio il primo esempio di vera prosa volgare italiana, lontana dagli impacci e dalle goffaggini così come dalla gracilità di tanta prosa duecentesca.

 

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