Flessibilità del lavoro e del precariato

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Flessibilità del lavoroPer flessibilità del lavoro s’intende quel processo che porta allo snellimento della disciplina vincolistica delle assunzioni e all’introduzione di tipologie contrattuali nuove, nell’intento di rendere il mercato del lavoro più adatto alle mutevoli esigenze della produzione e di facilitare così l’incontro tra offerta e domanda di lavoro. Nell’ultimo decennio la crescente disoccupazione, strettamente connessa ai rapidi e continui cambiamenti dell’organizzazione economico-produttiva e dal processo di globalizzazione, ha posto la questione della maggior flessibilità del lavoro al centro del dibattito tra le forze sociali e politiche nei Paesi dell’U.E. Il 5 febbraio 2003 il Parlamento ha definitivamente approvato la cosiddetta “Legge Biagi”, entrata in vigore il 13 marzo 2003 e rappresentante una svolta nel mercato del lavoro italiano e oltre tutto ha introdotto una maggiore flessibilità nella gestione dell’orario di lavoro e minori vincoli per la richiesta di prestazione di lavoro supplementare, lavoro straordinario e per la stipulazione di clausole flessibili o elastiche. I contratti collettivi dovranno stabilire i limiti, le causali (per il lavoro supplementare), le condizioni e le modalità (per il lavoro elastico e flessibile) e le sanzioni legate al ricorso al lavoro supplementare, elastico e flessibile.

Precariato è un termine sulla cui definizione non è semplice trovare tutti concordi. Nel parlare comune con la parola precariato ci si riferisce alla condizione di soggetti in età da lavoro che si trovano in una condizione lavorativa caratterizzata da incertezza, instabilità o provvisorietà. 
Secondo alcuni è possibile parlare di precariato anche facendo riferimento ai lavoratori cosiddetti “in nero“. Senza ombra di dubbio, una condizione di precarietà lavorativa è da considerarsi un elemento peggiorativo della qualità della vita, tant’è che spesso la situazione dei precari viene definita come area del disagio. Alcune ricerche hanno cercato di definire le varie caratteristiche che identificano il lavoratore precario; sotto questa definizione rientrerebbero i dipendenti a termine involontari, i dipendenti part-time involontari, i collaboratori che presentano contemporaneamente tre vincoli di subordinazione (mono committenza, utilizzo dei mezzi aziendali e imposizione dell’orario di lavoro) e i liberi professionisti e i lavoratori in proprio che presentano contemporaneamente i tre vincoli di subordinazione citati precedentemente. Parlando di precariato sarebbe opportuno limitare la discussione a quei soli casi in cui alla precarietà del lavoro si affianchi anche una certa insoddisfazione economica. Difficile giudicare precario l’allenatore di calcio che prende un milione di euro l’anno, ma che può non arrivare alla fine della stagione!
In linea di massima, compito dei governi è quello di ridurre i tempi di precariato e di dare garanzie di stabilità a ogni forma di lavoro periodico o a tempo determinato. Il compito del singolo è di non accettare passivamente la situazione sperando o pretendendo che si risolva.
Si possono definire due tipi di precari: quelli passivi e quelli attivi.
Nel passivo troviamo spesso i fattori del lavoro insoddisfacente:

  • capacità ridotte: il precario pensa di essere capace solo per il semplice fatto di avere un titolo di studio o di conoscere un lavoro, senza rendersi conto che anche altri ce l’hanno, che quel titolo di studio o quel lavoro non sono più competitivi (si pensi a tutti quei lavori che la tecnologia ha cancellato negli ultimi decenni) ecc. Manca cioè di realismo.
  • Scarsa determinazione: vuole il posto sicuro, non ama rischiare, mai si metterebbe in proprio. Personalità fragile.
  • Pretese economiche: non accetta lavori più umili, meno qualificati; è un’evoluzione del disoccupato intellettuale o di quello apparente.

LavoroNel precario attivo questi fattori sono superati dalla disponibilità e dalla capacità di riciclarsi (flessibilità). Mentre il precario passivo non sa riciclarsi, quello attivo è in grado di prendere in esame altri lavori che lo tolgano dal precariato. Ovvio che i suoi sforzi possono essere comunque vani, causa una situazione economica non favorevole. Possiamo pertanto dire che compito dei governi è quello di creare le condizioni per cui un precario attivo cessi di essere tale nel minor tempo possibile.
Il lavoro non è semplicemente una delle tante attività della persona, ma è lo strumento per garantire alla maggioranza dei cittadini l’autonomia economica, per progettare la propria vita a livello individuale e familiare e per esplicare la propria creatività.
Quando il lavoro viene a mancare, o si presenta incerto, precario, sottopagato, o quando la persona è costretta a lavori umili, degradati rispetto alla sua preparazione e professionalità, è la vita e la dignità che risultano compromesse. Viene meno anche l’uguaglianza dei cittadini, sancita dalla Costituzione; diminuisce il senso di appartenenza e la volontà di contribuire alla realizzazione del bene comune.
La flessibilità e la precarietà del lavoro divengono sempre più frequentemente una normale componente della vita economica e sociale. Talvolta esse vengono presentate come un traguardo positivo, perché consentono comunque di uscire momentaneamente dall’inoccupazione e dalla disoccupazione. Ma si dimentica che tanti lavori precari non costituiscono una sicurezza per il futuro; al contrario, pongono le basi per una previdenza incerta e per una vecchiaia ancor più precaria.
La Fondazione «E. Zancan», coerentemente con il proprio tradizionale impegno di studio e ricerca sui nuovi fenomeni sociali, ha ritenuto importante affrontare il tema della flessibilità del lavoro, attraverso una ricerca di tipo qualitativo svolta in collaborazione con la Facoltà di Psicologia, Dipartimento di Scienze dell’Educazione, dell’Università di Bologna. Il volume presenta i risultati di questa ricerca, che coinvolte cinque regioni italiane: Veneto, Emilia-Romagna, Puglia, Abruzzo e Marche. Sono stati intervistati 60 lavoratori flessibili, 12 per regione, proprio per dare voce ai lavoratori flessibili, per ascoltare da loro positività e criticità della loro situazione lavorativa. Per conoscere da loro cosa comporta, a seguito della legge Biagi (n. 30/2003), lavorare in una società instabile e quali sono gli effetti del lavoro precario sulla vita personale, familiare e sociale.

 

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