I romanzi preveristi, la svolta verista, la poetica e tecnica narrativa di Verga

I romanzi preveristi

assenzioLa produzione significativa di Verga ha inizio con i romanzi composti a Firenze e a Milano. A Catania aveva pubblicato il romanzo Una peccatrice, fortemente autobiografico, che in toni enfatici e melodrammatici narra la storia di un intellettuale della piccola borghesia siciliana, che conquista successo e ricchezza, ma vede inaridirsi l’amore per la donna sognata e adorata che si suicida.
A Firenze termina Storia di una capinera, romanzo sentimentale e lacrimevole che narra la storia di un amore impossibile e di una monacazione forzata che gli assicurò un notevole successo.
A Milano finisce il romanzo Eva, storia di un giovane pittore siciliano che brucia i suoi ideali artistici dopo essersi innamorato di una ballerina, simbolo della corruzione di una società “materialista”. Questa protesta per la nuova condizione dell’intellettuale emarginato nella società borghese, è molto vicina all’accesa polemica anticapitalistica che caratterizza la Scapigliatura.
A questo romanzo polemico seguono romanzi che analizzano sottili passioni mondane: Eros, storia di un giovane aristocratico che inaridisce progressivamente corrotto da una società raffinata e vuota, e Tigre reale, che segue il traviamento di un giovane innamorato di una donna “fatale” (simile alla donna vampiro del romanzo Fosca di Tarchetti), divoratrice di uomini, e la sua redenzione segnata dal ritorno alle serene gioie della famiglia. I due romanzi confermano il successo di Verga e sono salutati dalla critica come esempi di “realismo”, di analisi impietosa di piaghe psicologiche e sociali della società attuale.
In realtà questi romanzi vanno collocati in un clima ancora tardoromantico e bohémiene, incentrandosi su passioni complesse e violente. Sono molto lontani dal modello del Naturalismo francese, che già in quegli anni si andava imponendo.

La svolta verista

In realtà, in Verga, stava maturando una crisi. Nel 1878 pubblicò un racconto che si distaccava fortemente dalla materia e dal linguaggio utilizzato nella narrativa precedente: si tratta di Rosso Malpelo, la storia di un garzone di miniera che vive in un ambiente duro e disumano, narrata con un linguaggio nudo e scabro (essenziale), che riproduce il modo di raccontare di una narrazione popolare. È la prima opera verista, ispirata ad una rigorosa impersonalità.
Già nel 1874 Verga aveva pubblicato una novella abbozzata di ambiente siciliano e rusticano, Nedda, che descriveva la vita di miseria di una bracciante; ma il racconto non è altro che un preannuncio della svolta: gli ambienti erano cambiati, i toni melodrammatici dei romanzi mondani erano gli stessi, ancora estranei all’impersonalità verista, con un gusto tutto romantico per una realtà esotica e diversa insieme ad un umanitarismo generico di fronte alle sofferenze degli “umili”.
Il cambio così vistoso di temi e di linguaggio inaugurato da Rosso Malpelo è stato spesso interpretato come una “conversione”. In realtà Verga si proponeva di dipingere il “vero” già ai tempi di Eva, di Eros e di Tigre reale. Semplicemente, possedeva strumenti ancora approssimativi e inadatti, poco personali e inquinati da una maniera romantica. L’approdo al Verismo è quindi la conquista di strumenti concettuali e stilistici più maturi: la concezione materialistica della realtà e l’impersonalità.
Con la conquista del metodo verista, Verga non vuole abbandonare gli ambienti dell’alta società per sostituirli a quelli popolari. Anzi, come afferma nella prefazione ai Malavoglia, si propone di tornare a studiarli proprio con quegli strumenti più incisivi di cui si è impadronito. Le “basse sfere” non sono altro che un punto di partenza, poi lo scrittore intende applicare via via il suo metodo anche agli strati superiori, fino all’aristocrazia, ai politici e gli intellettuali.

Poetica e tecnica narrativa del Verga verista

LA POETICA DELL’IMPERSONALITÀ
Già nel 1879, pubblicando la novella L’amante di Gramigna, Verga aveva avuto modo di esporre i suoi intendimenti nella lettera dedicatoria a Farina sostenendo che la rappresentazione artistica deve possedere l’”efficacia dell’essere stato”, deve conferire al racconto l’impronta di qualcosa realmente accaduta; ma non basta che ciò che viene raccontato sia reale e documentato: deve anche essere raccontato in modo da porre il lettore “faccia a faccia col fatto nudo e crudo”, in modo che non abbia l’impressione di vederlo attraverso “la lente dello scrittore”. Per questo motivo lo scrittore deve “eclissarsi”, cioè non deve comparire nella narrazione con opinioni soggettive, sue riflessioni e spiegazioni. L’autore deve impersonarsi nei suoi personaggi, “vedere le cose coi loro occhi ed esprimerle con le loro parole”. La mano dell’autore deve “rimanere invisibile” tanto che l’opera deve sembrareessersi fatta da sé”.
Il lettore avrà l’impressione di non sentire un racconto di fatti, ma di assistere a fatti che si svolgono sotto i suoi occhi. Per questo motivo il lettore deve essere introdotto nel mezzo degli avvenimenti senza che nessuno gli spieghi gli antefatti e tracci un profilo dei personaggi. Verga ammette che ciò può provocare confusione nelle prime pagine, però man mano che i personaggi si fanno conoscere con le loro azioni e parole, attraverso di esse, il loro carattere si rivela al lettore.

LA TECNICA NARRATIVA
Verga applica coerentemente i principi della sua poetica nelle opere veriste composte dal 1878 in poi dando origine ad una tecnica narrativa originale che si distingue sia dalla tradizione sia dalle contemporanee esperienze italiane e straniere.
Nelle sue opere l’autore si “eclissa”, si cala nei personaggi vedendo con i loro occhi. A raccontare infatti non è il narratore “onnisciente” che interviene continuamente nel racconto ad illustrare gli antefatti o le circostanze dell’azione, a tracciare il ritratto dei personaggi, a spiegare i loro stati d’animo, a commentare e giudicare i loro comportamenti e a dialogare con il lettore.
Il punto di vista dello scrittore non si avverte mai nelle opere di Verga, la voce che narra è allo stesso livello dei personaggi. Il narratore si mimetizza nei personaggi stessi adottando il loro modo di pensare e sentire e seguendo i loro principi morali. È come se a raccontare fosse uno di loro che però non compare direttamente nella storia e resta anonimo. Tutto ciò si impone con grande evidenza agli occhi del lettore perché Verga, nei Malavoglia e nelle novelle, rappresenta ambienti popolari e rurali e mette in scena personaggi incolti e primitivi, contadini, pescatori, minatori, la cui visione e il cui linguaggio sono ben diversi da quelli dello scrittore borghese.
Non solo, questo anonimo narratore, non informa esaurientemente sul carattere e sulla storia dei personaggi, né offre dettagliate descrizioni dei luoghi dove si svolge la vicenda, ne parla come se si rivolgesse ad un pubblico di quello stesso ambiente che avesse sempre conosciuto quelle persone e quei luoghi. Perciò il lettore all’inizio dei vari racconti si trova di fronte a personaggi di cui possiede poche notizie e solo proseguendo la lettura inizia a conoscerli. Se la voce narrante commenta e giudica i fatti, non lo fa secondo la visione dell’autore, ma in base alla visione della collettività popolare.
Di conseguenza anche il linguaggio non è quello che potrebbe essere dello scrittore, ma un linguaggio spoglio e povero, punteggiato di modi di dire, proverbi, imprecazioni e paragoni, alcune volte scorretti, tipici del linguaggio dialettale popolare.