Io voglio del ver la mia donna laudare – Guido Guinizzelli

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Io vogliọ del ver la mia donna laudare
ed asembrarli la rosa e lo giglio:
più che stella dïana splende e pare,
e ciò ch’è lassù bello a lei somiglio.

Verde river’ a lei rasembro e l’âre,
tutti color di fior’, giano e vermiglio,
oro ed azzurro e ricche gioi per dare:
medesmo Amor per lei rafina meglio.

Passa per via adorna, e sì gentile
ch’abassa orgoglio a cui dona salute,
e fa ’l de nostra fé se non la crede;

e nolle pò apressare om che sia vile;
ancor ve dirò c’ha maggior vertute:
null’ om pò mal pensar fin che la vede.

 Parafrasi
Io voglio lodare la mia donna in modo veritiero paragonandola  ad una rosa e ad un giglio; appare più splendente della stella Venere e le paragono ciò che c’è nel cielo di più bello.

 A lei paragono la verde pianura e l’aria, tutti i colori dei fiori, il giallo e il rosso, l’oro e l’azzurro e ricche gemme da donare: perfino Amore, attraverso di lei, ingentilisce meglio il cuore.

Passa per la strada ornata e così gentile che riduce l’orgoglio di colui che ne riceve il saluto, e se non crede, lo converte alla nostra fede;e non le si possono avvicinare le persone vili; in più vi dirò che ha un potere ancora più grande: nessuno può pensare male fino a che la guarda.

Analisi Del Testo
Questa poesia è scritta da Guido Guinizzelli (1235-1276) e vuole raffigurare la donna come una creatura celeste e non come una donna terrena.
Il tema dominante è quello della lode, che le quartine esemplificano attraverso il confronto con le più elette e preziose realtà naturali: i fiori, idealmente rappresentati dalla rosa e dal giglio, che possono simboleggiare una vasta gamma di sentimenti, in particolare l’amore e la purezza; i corpi celesti, che già trasferiscono le virtù della donna su un piano soprannaturale; le bellezze della natura con i loro colori, compresi quelli cangianti delle pietre preziose.
La donna è ispiratrice e quasi purificatrice dello stesso Amore (introdotto mediante il solito processo di personificazione), e la sua apparizione produce effetti benefici e miracolosi: può addirittura convertire gli infedeli, oltre ad allontanare ogni male e ogni cattivo pensiero. Si compie così quel processo di sublimazione della donna (da creatura terrena a creatura celeste) che contraddistingue la poetica stilnovistica. Non a caso Dante avrà ben presente questo sonetto, soprattutto nei versi giovanili e, particolarmente, in Tanto gentile e tanto onesta pare e in Donne ch’avete intelletto d’amore.

Il sonetto è un altro perfetto esempio di stile <<dolce>>: assenza di suoni aspri e di rime rare e difficili, fluidità del ritmo e mancanza di spezzature all’interno dei versi, lessico piano, senza termini ricercati e rari e senza mescolanze linguistiche ardite, sintassi lineare, senza dure inversioni ed enjambements fortemente inarcati, assenza di artifici retorici preziosi e lambiccati. Questa linearità cela però una costruzione particolarmente elaborata: è cioè una precisa scelta di stile, che presuppone un perfetto dominio dei mezzi espressivi. Ad esempio la prima strofa si apre e si chiude con verbi alla prima persona: <<io voglio>> e <<somiglio>>. Poi, tra il verso 1 e il verso 2 si nota il nesso paratattico tra due infiniti, <<laudare / ed asembrarli>>, uno collocato al termine di un verso, l’altro all’inizio di quello successivo. Ne deriva una costruzione simmetricamente speculare: complemento oggetto + verbo (<<la mia donna laudare>>), verbo + complemento oggetto (<<ed asembrarli la rosa e lo giglio>>).
Lo Schema metrico di questo sonetto è: ABAB ABAB CDE CDE

 

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