La lingua: Dal Latino al Volgare

LA NASCITA DELLE LINGUE NAZIONALIfumetto-di-san-clemente-1
Nei primi secoli del Medio Evo la lingua della cultura era esclusivamente il latino, impiegata da una ristretta cerchia di intellettuali, mentre tutto il resto della popolazione la ignorava e usava per le necessità quotidiane della vita associata altre parlate, dette volgari. Già nel corso della civiltà romana, del resto, è possibile distinguere il latino letterario, usato dai grandi scrittori o nei documenti ufficiali, dal latino parlato correntemente. Durante i secoli dell’impero questo latino parlato (sermo vulgaris) presenta una miriade di varietà locali, influenzate principalmente delle parlate precedenti alla conquista romana lingue preromane (lingue di sostrato).
Con il crollo dell’impero la frantumazione politica e l’indebolimento del sistema amministrativo e scolastico fanno sì che ogni regione resti praticamente isolata: ne deriva un’estrema frammentazione linguistica che non può più essere contrastata dall’uso del latino ufficiale come base comune di comprensione. Tutte le comunità dell’ex Impero romano sono coinvolte in questi processi di trasformazione e i linguaggi vanno sempre più distanziandosi tra di loro e dalla originaria matrice latina, anche a causa delle forti influenze esercitate dalle lingue dei popoli invasori, germani e arabi, che lasciano tracce considerevoli (lingue neolatine o lingue di superstrato).
Una testimonianza preziosa a proposito della modificazione delle abitudini linguistiche è il Concilio di Tours dell’813, che prescrive ai chierici la predicazione in «lingua romana rustica», cioè in volgare: ne deduciamo che, a quella data, la massa della popolazione non era più in grado di comprendere il latino.
Le nuove lingue si sviluppano in tutta l’area in cui si era anticamente parlato latino, quella a cui, già nella tarda età imperiale, si dava il nome di Romània: vale a dire l’Italia, la Francia (con parte del Belgio e della Svizzera), la penisola iberica e, più lontana e isolata, la Romania. Queste parlate daranno in seguito origine alle attuali lingue romanze: italiano, francese, provenzale, spagnolo, catalano, portoghese, rumeno. Parallelamente, nei territori della Germania, Svizzera, Austria, Inghilterra, Scandinavia e Islanda si parlano volgari di ceppo germanico, e nella penisola balcanica e nell’Europa orientale si diffondono le lingue slave.
Tutti questi linguaggi volgari, romanzi (o neolatini), germanici, slavi ecc., sono agli inizi lingue d’uso esclusivamente orale e vengono impiegati per tutte le necessità quotidiane (la lingua scritta, usata per la cultura e per i documenti ufficiali, resta ancora per molto tempo il latino). Una vera e propria rivoluzione culturale si ha quando si comincia a usare queste lingue anche per comporre opere letterarie. Da questa rivoluzione nascono le letterature moderne dell’Europa.

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I PRIMI DOCUMENTI DELLA FORMAZIONE DEI VOLGARI ITALIANI
Poiché le lingue volgari erano inizialmente di uso soltanto orale, rarissimi sono i documenti che ci sono rimasti della loro formazione. Per il volgare italiano il documento più antico è l’Indovinello veronese, risalente alla fine dell’VIII o al principio del IX secolo e scoperto nel 1924 in un codice della Biblioteca Capitolare di Verona:

Se pareba boves,
alba pratalia araba,
et albo versorio teneba;
et negro semen seminaba.
Gratias tibi agimus omnipotens sempiterne Deus.

L’indovinello allude all’attività dello scrivere e si può così rendere: «Spingeva avanti i buoi (le dita), arava bianchi prati (i fogli della pergamena), teneva un aratro bianco (la penna d’oca) e seminava un seme nero (l’inchiostro)». Dal punto di vista linguistico risulta evidente la differenza tra l’ultima riga, in latino puro («Ti ringraziamo, onnipotente eterno Dio»), e le quattro precedenti, scritte in volgare, che ci danno l’immagine di una fase di transizione dal latino all’italiano.
Un documento più recente è il famosissimo Placito capuano. Nel 960, a Capua, un giudice deve decidere su una causa intentata dall’abate del monastero di Montecassino a un tale, accusato di aver occupato indebitamente terre di proprietà dell’abbazia. Nel verbale del processo (placito, nel gergo giuridico del tempo), redatto naturalmente in latino, il giudice scrive testualmente una testimonianza nella lingua in cui è stata pronunciata, il volgare:

Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte sancti Benedicti.

So che quelle terre, entro quei confini che qui si descrivono, trenta anni le ha tenute in possesso l’amministrazione patrimoniale di San Benedetto (trad. it. di A. Roncaglia)

A livello linguistico nel placito si colgono notevoli trasformazioni rispetto all’indovinello veronese, anteriore di più di un secolo: si tratta ormai di un volgare italiano nettamente distinto dal latino.

DISTRIBUZIONE DELLE LINGUE IN EUROPA