La variazione diastratica con una riflessione sulla varietà linguistica femminile e sulla variazione linguistica in relazione all’età

La tipologia della variabilità diastratica (tecnicismo coniato da Leiv Flydal nel 1952 e poi codificato da Eugenio Coseriu), fa riferimento alla cosiddetta variazione verticale, prende cioè in considerazione i diversi aspetti che una stessa lingua assume a seconda della collocazione socioculturale e dell’identità del parlante. Ecco come ciascuno dei componenti “ha la tendenza a sviluppare delle peculiarità di linguaggio che hanno la funzione simbolica di differenziarlo in qualche modo dal gruppo più ampio che altrimenti rischierebbe di assorbirlo in modo troppo completo” (Sapir 1930/1970, p. 153).
La dimensione sociale pone non pochi problemi allo studioso, poiché, tra l’altro, non è chiaro quale debba essere il parametro prevalente nell’individuazione dello status dei parlanti, se le condizioni economiche, l’attività svolta o il grado di cultura. Nell’attuale situazione italiana, ad esempio, l’indicatore più valido sembra proprio quest’ultimo: la stratificazione verticale, cioè, oppone le persone ‘istruite’ ai parlanti culturalmente meno ‘attrezzati’.

Diverse tipologie di varietà diastratica:

1. Lingue di casta

Esistono in primo luogo delle forme piuttosto ‘forti’ di variabilità sociale quali le lingue di casta, le cosiddette ‘lingue di interdizione‘ usate nel rivolgersi ai parenti tabuizzati, le lingue cerimoniali ecc. In particolare le lingue di casta sono il correlato linguistico di una compartimentazione sociale che comporta drastiche restrizioni ai contatti interpersonali che vadano oltre i confini della casta di appartenenza. Il sistema castale più noto è quello della società indiana, distinta in quattro gruppi principali o varna, termine sanscrito che indica propriamente il “colore” e, per estensione, la razza. In ordine decrescente di rango si hanno i brahmani (i sacerdoti), gli kshatriya o rajanaya (i guerrieri), i vaisya (mercanti e contadini) e poi, in condizione di ancor maggiore subalternità, i sudra (servitori o gente di bassa estrazione sociale), esclusi dalla vita religiosa. In corrispondenza di tali barriere castali si percepiscono nette differenze linguistiche estese ad ogni livello di analisi.

2. Varietà sociali

Se ora ci spostiamo su realtà a noi più vicine, negli anni Sessanta del XX sec., analisi attente alle conseguenze linguistiche dello svantaggio sociale tendevano a opporre soggetti in possesso di un cosiddetto “codice elaborato” a quanti disponevano di un “codice ristretto“. Si tratta di tipi terminologici che facevano parte dell’apparato concettuale del pedagogista Basil Bernstein: nella forma originaria inglese si parla di elaborated ovvero di restricted code.
La meccanicità ispiratrice di tale approccio lo ha reso datato e oggi largamente superato.
Tra le varietà fortemente connotate in chiave sociale si possono menzionare per il mondo anglofono il cockney per l’inglese britannico e il Black English per l’inglese d’America; per la Germania è stato identificato come socioletto substandard il parlato spontaneo dell’area della Ruhr; in Italia, infine, può per certi versi essere annoverato tra le varietà sociali l’italiano popolare o italiano semicolto.

3. Inglese britannico: il cockney

Il cockney è il più noto dei dialetti sociali inglesi, espressione della workingclass di Londra: è la parlata dei sobborghi operai praticata tradizionalmente dalle classi più basse e meno istruite e concentrata nella East End; è munita di una spiccata connotazione sociolinguistica negativa.

4. Angloamericano: il Black English

Il Black English, più estesamente denominato Black English Vernacular, sebbene abbia
alcuni punti di contatto con la varietà dei parlanti bianchi degli Stati del Sud, “si può comunque considerare la parlata tipica della maggioranza delle persone di colore nei ghetti delle grandi metropoli del Nord, del Midwest e della costa pacifica degli Stati Uniti. In altre parole si tratta di un tipico dialetto di classe. Chiaramente le persone di colore usano il BEV non perché appartenenti a una razza … ma inquanto membri di una classe sociale”. Sono tratti tipici del Black English: la cancellazione della copula; l’uso di “be” per esprimere azioni abituali e di “been” come ausiliare; il più autorevole studioso di tale varietà è il sociolinguista William Labov.

5. Italiano popolare

E’ quel tipo di italiano compromesso dallo strato sociale dei livelli più bassi.
In tal senso, ecco alcune tra le caratteristiche tipiche dell’italiano popolare: abbondante uso dell’indicativo; ridondanza pronominale (“a me mi piace”); semplificazione di parole complesse; l’utilizzo di funzioni fonetiche quali la metatesi, ossia l’inversione delle lettere in una parola, oppure il raddoppiamento fotosintattico, con esso si indica il raddoppiamento subìto nella pronucia dalla consonante iniziale di una parola legata alla precedente.

Altri fattori di variabilità diastratica

Pur non trattandosi di variazione sociale in senso stretto, possono essere estensivamente ricondotte alla variabilità diastratica alcune differenziazioni linguistiche legate all’età o al sesso del parlante, alla sua provenienza etnica, all’attività lavorativa e ad altre condizioni o appartenenze che siano comunque espressione di una stratificazione, di una articolazione interna alla comunità linguistica in funzione di determinati parametri.

Nella variazione diatratica, vengono studiate due categorie sociolinguistiche in particolare: il genere dei parlanti, e l’età dei parlanti.
Per quanto ne concerne il primo punto, è studiato come le donne tendano ad abbandonare prima l’uso del dialetto in favore di varietà maggiormente elevata, ad esempio, utilizzano più costrutti eufemistici.
Per quanto riguarda, invece, la differenza di età, molto importante è lo studio riguardante le parlate giovanili, che portano alla formazione dei cosiddetti gerghi.

I gerghi nascono dall’utilizzo di parole inventate per descrivere determinate cose. A tal proposito, il concetto di rete sociale collega il tutto: nella vita ognuno di noi appartiene a un cerchio o gruppo ristretto, ovvero la famiglia e, cerchi più ampi, formati da amici stretti, colleghi e così via. Più il cerchio è ristretto, più nascono i gerghi. Al di fuori di questi cerchi, risulta assai complessa la comprensione di questo tipo di linguaggio.
Il gergo giovanile è in continua trasformazione ed evoluzione.

Riflessioni sulla varietà linguistica femminile:

La variazione diastratica non è connessa soltanto con lo strato sociale propriamente detto, ma anche con variabili etnografiche, come il sesso e la classe generazionale. Studi sulla lingua “femminile”, risalenti alla fine degli anni Settanta, rilevano che le donne sono sia più sensibili degli uomini all’accoglimento di forme tipiche di varietà di prestigio, sia più attente alle autocorrezioni e all’uso degli eufemismi.
La preferenza delle donne per la varietà standard, secondo gli studiosi, dipenderebbe da un’insicurezza nei confronti della loro posizione sociale, che le induce a un maggior sforzo per una forma di identità e di riconoscimento.

E’ stato rilevato che il lessico delle donne è orientato all’uso delle iperboli, dei diminutivi e degli appellativi affettuosi come “gioia, tesoro”, mentre il loro stile di interazione è più incentrato sugli aspetti interpersonali rispetto agli uomini, che sono maggiormente interessati ai contenuti referenziali del discorso; le donne fanno un uso abbondante di marche di cortesia, di intercalari “dubitativi” (forse, no?) e “assertivi” (penso, secondo me), che “starebbero a indicare che la donna, educata a soddisfare particolari aspettative sociali incentrate sulla sfera dei sentimenti, è poco sicura della condivisione di sottintesi e contenuti retrostante al buon andamento della conversazione, e ha bisogno di verificare e “aggiustare” il proprio giudizio e atteggiamento sull’interlocutore attraverso meccanismi di rinforzo di ciò che si dice”. (BERRUTO 1980:148).

Riflessione sulla variazione linguistica in relazione all’età:

La variazione linguistica in relazione alle classi di età oscilla fra tratti conservativi, propri degli anziani, e tratti innovativi, propri dei giovani.
La variazione generazionale si interseca con altri fattori sociali, come l’appartenenza al gruppo: i ceti contadini, ad esempio, risultano più conservativi rispetto ai ceti urbani.

Il linguaggio giovanile si situa in un continuum che va dalla diafasìa alla diastratia, in quanto le manifestazioni linguistiche dei giovani hanno una dimensione diastratica che si riferisce all’appartenenza a un gruppo e una dimensione diafasica, che riguarda il parlare colloquiale.
L’apporto innovativo del linguaggio giovanile consiste nel parlare in modo ironico e cinico, che si realizza attraverso l’uso di disfemismi, voci lessicali dialettali e termini presi dai linguaggi settoriali con connotazione ironica o dispregiativa. Gli elementi dialettali sono usati per la loro particolare espressività, in particolare sono utilizzate le aree semantiche del turpiloquio quindi ad esempio (incazzato in luogo di “arrabbiato”).

Il linguaggio giovanile ha inoltre una sua dimensione internazionale, con ricorso a prestiti e calchi linguistici che dimostrano una conoscenza delle lingue straniere maggiore che nelle generazioni precedenti: anglicismi legati al mondo della droga (trip, overdose, pusher…) e alla musica amata dai giovani (heavy metal, reggae, rap…).
L’influsso angloamericano si nota anche in interiezioni espressivamente marcate prese dal mondo dei fumetti (slurp, splash…) e nel lessico dell’informatica (hardware “aspetto fisico”, è stato un floppy “è stato un fallimento”), con considerevoli slittamenti semantici rispetto alla voce di base.

A causa del veloce ricambio generazionale, il linguaggio dei giovani è notevolmente mutevole: ogni generazione tende a differenziarsi da quella precedente, e molti neologismi cadono presto in disuso (ad esempio la parola matusa per indicare i genitori, che era diffusa negli anni Sessanta, ora non si usa più).
I mass media divulgano a livello nazionale le espressioni linguistiche dei singoli gruppi, come è accaduto per il lessico paninaro promulgato dalla trasmissione televisiva “Drive in” degli anni Ottanta.

Le trasmissioni comiche televisive, come “Striscia la notizia”, “Le iene” costituiscono
un’ottima fonte per la coniazione e diffusione di nuove espressioni linguistiche; si noti la fortuna di espressioni come “attapirante”, per indicare un personaggio che ha comportamenti riprovevoli e perdenti, e “attapirato”, in riferimento a una persona immalinconita per aver patito una delusione.
I giovani sono inoltre influenzati dai messaggi pubblicitari, da cui riprendono slogan,
battute (Videochiamami!) e sigle che hanno come conseguenza un accumulo di “parlare
stereotipato” nell’italiano tendenziale.

In ogni modo, gli studiosi concordano sul fatto che i media siano più il tramite che la fonte del linguaggio giovanile. Risulta evidente, da quanto esposto finora, che il linguaggio dei giovani riveste grande importanza per l’evoluzione dell’italiano, in quanto favorisce fortemente il mutamento linguistico. Lo studioso Edgar Radke rileva come l’italiano abbia accolto molte innovazioni lessicali provenienti dalle varietà giovanili, vocaboli che intensificano la marcatezza diafasica e informale; egli sostiene inoltre che “le varietà giovanili introducono nell’italiano elementi innovativi e, nello stesso tempo, consolidano i mutamenti in corso” (RADKE 1993:228).
Inoltre le varietà giovanili costituiscono un settore che interessa sempre gli studenti stranieri, in quanto incuriositi dal linguaggio dei loro coetanei italiani.

Bibliografia di riferimento: