Le idee politiche di Alfieri

Ritratto_di_Alfieri_François-Xavier_FabreLe idee politiche di Alfieri, cioè l’avversione contro la tirannide e il culto della libertà, possiedono un’origine illuministica. Ma anche in questo caso lo scrittore si stacca nettamente dalla cultura dei “lumi”, collocandosi su posizioni del tutto peculiari e personali. L’esasperato individualismo e l’egocentrismo, che sono propri del carattere del giovane Alfieri, lo inducono a scontrarsi con la situazione storica e politica in cui vive. E’ innanzitutto l’ambiente in cui nasce e si forma a suscitare il suo radicale rifiuto: il Piemonte sabaudo, caratterizzato da un assolutismo che esercita un rigido controllo su tutte le forme di vita associata da un’aristocrazia devota e sottomessa da una situazione economica e culturale arretrata.

Da questo ambiente soffocante, il giovane Alfieri fugge, vagando per cinque anni tra i vari paesi europei, ma ovunque si scontra con il clima opprimente dell’assolutismo. In quel mondo dell’ancien régime, si muovevano pur tuttavia forze nuove, destinate a costruire un mondo nuovo: le forze dei borghesi. Ma Alfieri, nel suo aristocratico individualismo, sprezzante nei confronti della mentalità pratica, utilitaristica e razionale della borghesia, non può identificarsi con quelle forze e tanto meno accogliere i loro concreti programmi politici. Insomma, Alfieri si trova in urto sia con ciò che esiste, l’assolutismo, sia con ciò che è destinato a sostituirlo, l’assetto borghese: di qui uno sradicamento dal suo tempo, un senso di solitudine che, lontano dall’essere sentito come condanna, è rovesciato dal giovane in privilegio, in segno di una condizione di spirituale superiorità.
Ciò spiega la fisionomia peculiare che assumono le sue idee. L’odio contro la tirannide, non è la critica di una forma particolare di governo (monarchia dispotica, illuminata o costituzionale, oligarchia nobiliare…), ma il rifiuto del potere in sé, in quanto ogni forma di potere è ingiusta e oppressiva. Per questo Alfieri non ha da contrapporre a quell’idolo polemico alcuna concreta alternativa politica.

Anche il concetto di libertà, che egli esalta contro la tirannide, non possiede precise connotazioni politiche, non prende corpo in un progetto definito di Stato, ma resta astratto e indeterminato; esso è ansia di totale realizzazione di sé e illimitata affermazione del proprio io: è la libertà del grand’uomo, una libertà riservata all’aristocrazia dello spirito, ed in quanto tale, se pure ha un riflesso politico, non ha, sostanzialmente, una autentica ispirazione politica.
La riprova di questa astrattezza dell’ideale di libertà, è che Alfieri si entusiasma per le rivoluzioni del suo tempo nel loro primo slancio insurrezionale che distrugge il vecchio ordine dispotico, ma appena esse si assestano in un ordine nuovo assume atteggiamenti disillusi e sdegnosi. Così, nel 1789 saluta la presa della Bastiglia con un’ode, Parigi sbastigliato, salvo poi scagliarsi con toni passionali contro le forme concrete assunte dal potere rivoluzionario, che egli bolla come nuova e più infame tirannide.

Già nelle opere propriamente politiche si delinea dunque il titanismo alfieriano, un’ansia di infinita grandezza e di infinita libertà che si scontra con tutto ciò che la limita e l’ostacola. In quest’immagine di un io gigantesco, che vuole spezzare ogni limite, si proietta la stessa condizione storica di Alfieri: il suo conflitto con una realtà politica e sociale mediocre, l’estraneità al suo secolo, la solitudine sprezzante e sdegnosa, l’inquietudine, la malinconia, ma anche la volontà tesa verso un ideale di grandezza eroica quasi sovrumana. E’ quell’immagine che poi sarà accolta dalle generazioni successive. In effetti lo scontro titanico tra l’io e la realtà esterna collocano già Alfieri al di fuori della cultura dell’Illuminismo e fanno presentire il clima che connoterà la stagione romantica.
In questa tensione dell’io è però implicita l’inevitabilità della sconfitta. Il limite con cui l’io si scontra non è solo esterno, ma è già al suo interno. Il “tiranno” non è solo la condizione storica oppressiva, ma, in ultima analisi, la proiezione di un limite che Alfieri trova in se stesso, e che rende impossibile la grandezza: tormenti, angosce, incubi che minano la saldezza della volontà. Al sogno titanico di grandezza magnanima si accompagna sempre la consapevolezza pessimistica dell’effettiva miseria umana.

 

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Pubblicato da Raffaele C.

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