Mercantilismo e colonialismo nel Seicento


Diritto ed Economia, Storia / lunedì, ottobre 27th, 2014

La teoria del mercantilismo e il compito degli stati

Mercanti e governanti condividevano, nel Seicento, una medesima convinzione circa lo sviluppo economico. Nacque allora la teoria nota come mercantilismo.
L’elemento centrale del mercantilismo era il seguente: per svilupparsi, un paese deve essere autosufficiente e dipendere il meno possibile dall’estero: deve produrre ricchezza all’interno, venderla all’estero e accumulare, in cambio, riserve di metalli preziosi.
Per poter funzionare, il mercantilismo richiede che lo stato riscuota le imposte dai ceti produttori: tali imposte saranno tanto più elevate, quanto più le classi produttive avranno saputo produrre e vendere merci. A quel punto i forzieri dello stato si riempiranno di ricchezza, che il sovrano potrà poi spendere per sostenere la sua politica, di controllo all’interno e di potenza all’esterno.
Secondo la teoria del mercantilismo, tale circolo virtuoso può mettersi in moto se il governo fornisce la produzione in patria di tutto ciò che si può produrre e l’esportazione di merci nazionali. Dall’estero lo stato dovrà importare solo ciò che gli è impossibile produrre direttamente. Per ostacolare le importazioni da altri paesi, il governo deve imporre dazi elevati o addirittura proibirle: in tal modo costringerà gli stranieri a pagare le merci da loro acquistate con metalli preziosi e non con altre merci.
Il mercantilismo prevedeva dunque il diretto intervento degli stati: toccava a loro regolare l’attività economica all’interno, e favorire, all’esterno, i commerci e le industrie nazionali.
Grazie al mercantilismo, commercianti, imprenditori e finanzieri divennero figure sociali sempre più importanti e influenti all’interno degli stati. Soprattutto nei regni retti da un sovrano assoluto gli interessi dei governi e quelli di questi ceti sociali emergenti vennero a coincidere. Infatti produttori e commercianti avevano bisogno della forza dello stato per proteggere i propri trasporti e i propri mercati, e per conquistarne di nuovi; lo stato, parallelamente, utilizzava la loro forza produttiva e commerciale per accrescere la ricchezza generale del paese.

Un nuovo sistema geografico ed economico: l’economia mondo

jodocusc2a0hondius-india-orientalis-1625Per conquistare nuovi mercati, gli stati dovevano andare lontano dall’Europa, nelle colonie. Il secolo XVII vide una corsa generalizzata ai nuovi mercati coloniali, dove poter vendere i propri prodotti industriali e artigianali e da cui ricavare le merci più richieste in Europa, ovvero pepe, spezie, zucchero, oro, argento, cotone.
Tutti, o quasi, i paesi europei s’impegnarono in questa direzione: commerci sulle lunghe distanze e sfruttamento delle risorse dei paesi coloniali. Gli stati che ci riuscirono meglio, come l’Inghilterra o l’Olanda, seguite poi dalla Francia, divennero le potenze del Seicento. Al contrario, i paesi che accusarono ritardi o inefficienze, come la Spagna, dovettero cedere il passo e arretrare.
I processi che abbiamo descritto mutarono sostanzialmente la geografia e l’economia dell’Europa. A seguito delle nuove rotte marittime e delle conquiste coloniali, le diverse parti del mondo vennero a collegarsi in un sistema di tipo nuovo, che lo storico francese Fernand Braudel, in un suo famoso saggio, chiamò l'”economia mondo“.

Le grandi compagnie commerciali

I paesi più convinti nel seguire una politica mercantilistica furono l’Inghilterra, l’Olanda e la Francia. Essi furono anche patria di una nuova forma d’iniziativa economica: la Compagnia commerciale.
Di per sé una Compagnia commerciale nasceva dall’iniziativa dei privati e non degli stati: poiché gestire i traffici commerciali via mare sulle lunghe distanze richiedeva forti investimenti e comportava molti rischi, più persone (mercanti, finanzieri, produttori di merci, armatori di navi) di una stessa nazione si associavano tra loro per suddividere, appunto, i rischi (e i possibili guadagni). Come in una moderna società per azioni, ciascun privato acquistava una o più quote di capitale della società: la proprietà della Compagnia risultava suddivisa per quote tra più soci, che si dividevano gli eventuali guadagni in proporzione al capitale (denaro) investito e, quindi, alle quote possedute. Una quota importante era però riservata ai sovrani: in tal modo l’azione delle Compagnie commerciali era protetta dai rispettivi stati. Un decreto reale garantiva alla propria Compagnia il monopolio, cioè l’esclusiva, del commercio con le colonie per conto del re; ogni Compagnia poteva poi rilasciare patenti (la concessione di poter esercitare una certa attività o professione) di commercio ad altri soggetti.
Benché fossero costituite con capitali privati, le Compagnie commerciali recavano enormi vantaggi economici ai rispettivi stati ed erano, perciò, protette da questi. All’interno lo stato garantiva alle proprie Compagnie il monopolio dei traffici sul mercato nazionale; all’esterno ne proteggeva i trasporti via mare dagli attacchi di flotte nemiche, difendeva i magazzini delle merci ecc.
Le grandi Compagnie acquistarono in tal modo, nel corso del Seicento, molta ricchezza e molto potere. Esse fondavano basi navali, acquistavano approdi e magazzini e, in certi casi, conquistavano con le armi nuovi territori coloniali.
Solo dalla metà del Settecento in poi i governi decideranno di limitare il potere delle Compagnie, perché il territorio da queste controllato era divenuto troppo ampio e crescevano sia gli episodi di ribellione da parte delle popolazioni indigene, sia quelli di corruzione. A quel punto gli stati europei decideranno di amministrare direttamente le proprie colonie.

Verso lo sfruttamento del mondo: olandesi, inglesi, francesi

L'impero commerciale olandeseEsistevano sia Compagnie delle Indie Orientali, che controllavano le colonie asiatiche, sia le Compagnie delle Indie Occidentali, che sfruttavano le colonie americane.
L’Inghilterra ebbe solo la British East India Company (compagnia britannica delle Indie orientali), sorta a Londra nel 1600, quando la regina Elisabetta I le accordò una patente reale che conferiva alla Compagnia il monopolio del commercio nell’oceano Indiano per 21 anni.
Gli olandesi, grazie alla Compagnia commerciale delle Indie orientali (la celebre VOC, ovvero Vereenigde Oostindische Compagnie, fondata nel 1604), occuparono sulle rotte per l’Asia molte delle basi che erano state fondate, un secolo prima, dai portoghesi: acquisirono così una posizione dominante nei commerci da e per l’Estremo Oriente.
In Olanda sorse anche (1621) una Compagnia delle Indie occidentale, che aveva il monopolio della tratta degli schiavi dall’Africa verso le Americhe.
Ultimi giunsero i francesi. Nel 1635 nacque la Compagnia francese delle Indie occidentali, con il monopolio dei commerci da e per il Canada (il Québec era divenuto colonia francese nel 1611); essa però fu ben presto soppiantata dalla rivale Compagnia olandese delle Indie occidentali. Più tardi, nel 1664, su impulso del ministro Colbert, nacque la Compagnia francese delle Indie orientali. Anch’essa però subì la concorrenza inglese e olandese e dichiarò bancarotta all’inizio del Settecento.

 

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