Le riforme in Europa e il Dispotismo

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Dispotismo (o assolutismo) illuminato

Adolph-von-Menzel-TafelrundeNell’Europa del Settecento, con l’eccezione della Gran Bretagna e dei Paesi Bassi, la forma di governo ovunque diffusa era la monarchia assoluta.
Dopo il 1760, però, diversi governi europei intrapresero una serie di riforme politiche e sociali  ispirate dalle indicazioni degli illuministi. Tale volontà riformistica da parte dei sovrani assoluti diede origine a forme di governo monarchico chiamato “dispotismo illuminato” o “assolutismo illuminato”.
Dispotismo significa che i sovrani non rinunciarono affatto al proprio potere assoluto, mentre illuminato precisa che quei sovrani si proposero di governare i sudditi secondo i propri princìpi della ragione e del progresso, attuando delle riforme suggerite dalla filosofia dei “Lumi”.
Questa volontà riformistica si avvertì in particolare nell’Impero austriaco, in Prussia e in Russia, mentre in Italia le riforme interessarono soprattutto la Toscana, la Lombardia e il Regno di Napoli.

Il programma delle riforme

Le riforme auspicate dal dispotismo illuminato miravano a più obiettivi: innanzitutto quello di modernizzare l’organizzazione degli stati mediante un sistema di funzionari più efficienti; creare migliori condizioni per lo sviluppo economico, liberalizzando i commerci; amministrare la giustizia in maniera più equa; tassare la grande proprietà terriera per migliorare il bilancio pubblico.
Quest’ultimo obbiettivo poteva essere perseguito combattendo da una parte il potere della nobiltà feudale e dall’altra limitando la diffusione delle proprietà della Chiesa.
I nobili costituivano ancora una presenza massiccia: i governi del Settecento si sforzarono di limitarne privilegi e diritti, ma la resistenza del ceto aristocratico fu ovunque fortissima e vennero raggiunti risultati molto scarsi.
L’assolutismo riformatore incontrò maggiore successo nella politica anti-ecclesiastica chiamata giuseppinismo dal nome del promotore Giuseppe II d’Austria.
Gli illuministi da tempo puntavano il dito contro le proprietà ecclesiastiche, accusandole di costituire un forte freno allo sviluppo delle economie nazionali. Nel corso del Settecento, molti governi europei confiscarono parecchi beni ecclesiastici, per poi rivenderli ai privati: ciò arricchì le finanze degli stati dando un nuovo slancio all’economia.
Diversi governi si preoccuparono anche dell’istruzione, di creare scuole e università di stato, per togliere alla Chiesa il monopolio.
Di fronte ai provvedimenti dei governi, la Santa Sede romana e alcuni vescovi locali protestarono; ma la Chiesa non possedeva più l’influenza e il prestigio politico di un tempo. I governi settecenteschi non esitarono a colpire il più potente e influente degli ordini religiosi: quello dei gesuiti, i quali vennero espulsi da quasi tutti i paesi europei.

 

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