Le istituzioni culturali e gli intellettuali dell’età postunitaria

Con la formazione e l’unificazione del Regno d’Italia, il mercato culturale assume dimensioni nazionali, non esistono più gli ostacoli costituiti dalle dogane dei singoli Stati e i libri e i periodici possono ormai circolare liberamente.
La dimensione nazionale del mercato dà un potente impulso all’industria editoriale: chi produce libri sa di poter contare su un numero di acquirenti ben più vasto, gli editori tendono a essere anche proprietari di giornali e periodici. Vi sono giornali delle più varie tendenze politiche e in ciascuno di essi compaiono supplementi dedicati alla cultura, a cui collaborano gli intellettuali più famosi: il “Fanfulla della domenica“, il “Capitan Fracassa” e “La domenica del Fracassa“.
Tra le riviste che si occupano esclusivamente di cultura, oltre alla “Cronaca bizantina“, va ricordata la “Nuova Antologia” che pubblica articoli non solo di letteratura, ma di politica, economia, scienze. Su di essa Carducci pubblicò le Primavere elleniche e Verga Mastro-don Gesualdo. La rivista è attiva ancora oggi.

classroom_0Un dato nuovo nel panorama culturale dell’Italia postunitaria è l’introduzione dell’istruzione elementare obbligatoria. Il nuovo Stato estese dapprima a tutto il territorio nazionale la legislazione scolastica del Regno di Sardegna (legge Casati del 1859), che prevedeva l’obbligo di frequenza per un biennio. Inseguito, tramite una riforma avviata dalla Sinistra, con la legge Coppino del 1877, l’istruzione elementare venne resa obbligatoria fino al nono anno di vita compiuto.
La funzione della scuola elementare era in primo luogo quella di fornire un minimo bagaglio culturale a tutti (leggere, scrivere e far di conto); ma, date le profonde differenze tra regione e regione, la scuola aveva anche il compito di amalgamare la popolazione italiana, facendo acquisire alle masse popolari una coscienza nazionale e civile. E’ una funzione che emerge chiarissima dal libro Cuore di Edmondo De Amicis, nella descrizione di una classe elementare torinese, in cui si mescolano bambini provenienti da tutte le classi sociali che devono tutti assorbire dall’insegnamento certe virtù civili e l’amore della patria.
La gran maggioranza della popolazione si fermava all’istruzione elementare; una parte raggiungeva un diploma di istruzione tecnica e andava a formare i ranghi intermedi della piccola borghesia. Un’élite molto ristretta, che usciva dai licei, arrivava alla laurea e andava a formare la classe dirigente.
Già negli ultimi decenni del secolo era però visibile il fenomeno della disoccupazione intellettuale: il sistema produttivo arretrato non era in grado di assorbire tutti i diplomati e i laureati. Il fenomeno destava viva preoccupazione nella classe politica: si temeva che i giovani intellettuali frustrati nelle loro aspirazioni dessero sfogo alla rabbia ponendosi a capo dei movimenti di protesta popolari. E in effetti ciò avvenne: molti laureati piccolo borghesi si avvicinarono al socialismo.

Con la fine del periodo risorgimentale, gli intellettuali perdono il ruolo centrale di guida ideologica che avevano rivestito negli ultimi decenni e si affaccia anche in Italia il conflitto tra intellettuale e società. Cominciano a comparire atteggiamenti di rivolta e di rifiuto dei valori borghesi. Il fenomeno si affaccia con gli scapigliati, che inaugurano da noi stili di vita “maledetti”, sul modello di Baudelaire. Un contegno simile, di aspro rifiuto della civiltà moderna, si riscontra anche nel Verga giovane, oltre che nel Carducci degli anni Sessanta-Settanta.
Il letterato si sente spinto ai margini dai nuovi processi produttivi e mostra un timore crescente nei confronti della tecnica che tende a meccanizzare la vita dell’uomo. Ha orrore dello spirito affaristico e della razionalità produttiva che hanno trasformato l’arte in una merce per il mercato.
L’avvento del mercato della produzione letteraria divide gli scrittori in due grandi campi:

  • chi rifiuta disgustato il meccanismo, perseverando a seguire i propri obiettivi artistici, senza curarsi dell’insuccesso di pubblico, o addirittura dando alle stampe libri in tirature limitate;
  • chi accetta il mercato, adattandosi a scrivere per il pubblico, assecondandone i gusti in vista del successo e del benessere economico.

Alla prima categoria di scrittori appartiene Verga; alla seconda, nonostante l’ostentato disgusto estetizzante per il mercato, appartiene Gabriele d’Annunzio, prolifico produttore di best-sellers.

L’affacciarsi del conflitto tra gli artisti e la società segna la cessazione dell’impegno politico e gli scrittori si chiudono nel puro esercizio letterario fine a se stesso.
In Italia lo scrittore (salvo rare eccezioni, come d’Annunzio) non è ancora in grado di vivere con i proventi delle sue opere. La maggior parte di essi sono obbligati ad accettare un impiego pubblico, in genere l’insegnamento (Carducci e Pascoli), mentre soltanto il 10% trova sostentamento nell’industria editoriale, con collaborazioni a giornali, riviste o case editrici.
Ma l’intellettuale spesso non si rassegna alla declassazione del suo ruolo e reagisce rivendicando ancora per sé la funzione di guida morale, culturale o civile della nazione. Tale è la posizione di Carducci, che da aspro repubblicano, diviene il poeta ufficiale dell’Italia, il cantore dei valori e delle glorie patrie. Così d’Annunzio si autoproclama vate di u’Italia risorta dalla mediocrità borghese, capace di imporre di nuovo il suo dominio imperiale sul mondo e di far rinascere la bellezza del passato.

 

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Pubblicato da Raffaele C.

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