Ahi lasso! or è stagion de doler tanto (Guittone d’Arezzo)


Poesie / domenica, novembre 17th, 2013

Battaglia MontapertiAhi lasso, or è stagion de doler tanto
a ciascun om che ben ama Ragione,
ch’eo meraviglio u’ trova guerigione,
che morto no l’ha già corrotto e pianto,
vedendo l’alta Fior sempre granata
e l’onorato antico uso romano
ca certo pèr, crudel forte e villano,
s’avaccio ella no è ricoverata:
ché l’onorata sua ricca grandezza
e ’l pregio quasi è già tutto perito
e lo valor e ’l poder si desvia.
Ohi lasso, or quale dia
fu mai tanto crudel dannaggio audito?
Deo, com’hailo sofrito,
deritto pèra e torto entri ’n altezza?

Altezza tanta êlla sfiorata Fiore
fo, mentre ver’ se stessa era leale,
che ritenëa modo imperïale,
acquistando per suo alto valore
provinci’ e terre, press’o e lunge, mante;
e sembrava che far volesse impero
sì como Roma già fece, e leggero
li era, c’alcun no i potea star avante.
E ciò li stava ben certo a ragione,
ché non se ne penava per pro tanto,
como per ritener giustizi’ e poso;
e poi folli amoroso
de fare ciò, si trasse avante tanto,
ch’al mondo no ha canto,
u’ non sonasse il pregio del Leone.

Leone, lasso, or no è, ch’eo li veo
tratto l’onghie e li denti e lo valore,
e ’l gran lignaggio suo mort’a dolore,
ed en crudel pregio[n] mis’ a gran reo.
E ciò li ha fatto chi? Quelli che sono
de la schiatta gentil sua stratti e nati,
che fun per lui cresciuti e avanzati
sovra tutti altri e collocati a bono;
e per la grande altezza ove li mise
ennantîr sì, che ’l piagâr quasi a morte.
Ma Deo di guerigion feceli dono,
ed el fe’ lor perdono,
e anche el refedier poi, ma fu forte
e perdonò lor morte:
or hanno lui e soie membre conquise.

Conquis’è l’alto comun fiorentino,
e col senese in tal modo ha cangiato,
che tutta l’onta e ’l danno, che dato
li ha sempre, como sa ciascun latino,
li rende, e i tolle il pro e l’onor tutto.
Ché Montalcino av’abattuto a forza,
Montepulciano miso en sua forza,
e de Maremma ha la cervia e ’l frutto;
Sangimignan, Pog[g]iboniz’ e Colle
e Volterra e ’l paiese a suo tene;
e la campana e le ’nsegne e li arnesi
e li onor tutti presi
ave con ciò che seco avea di bene.
E tutto ciò li avene
per quella schiatta, che più ch’altra è folle.

Foll’è chi fugge il suo prode e cher danno,
e l’onor suo fa che vergogna i torna;
e di bona libertà, ove soggiorna
a gran piacer, s’aduce a suo gran danno
sotto segnoria fella e malvagia,
e suo segnor fa suo grand’ enemico.
A voi che siete ora in Fiorenza dico,
che ciò ch’è divenuto, par, v’adagia;
e poi che li Alamanni in casa avete,
servite•i bene, e faitevo mostrare
le spade lor, con che v’han fesso i visi,
e padri e figli aucisi;
e piaceme che lor dobiate dare,
perch’ebbero en ciò fare
fatica assai, de vostre gran monete.

Monete mante e gran gioi’ presentate
ai Conti e a li Uberti e a li altri tutti,
ch’a tanto grande onor v’hano condutti,
che miso v’hano Sena in podestate;
Pistoia e Colle e Volterra fanno ora
guardar vostre castella a loro spese;
e ’l Conte Rosso ha Maremma e ’l paiese;
Montalcin sta sigur senza le mura;
de Ripafratta temor ha ’l pisano,
e ’l perogin che ’l lago no i tolliate,
e Roma vol con voi far compagnia.
Onore e segnoria
adunque par e che ben tutto abbiate:
ciò che disïavate
potete far, cioè re del Toscano.

Baron lombardi e romani e pugliesi
e tosci e romagnuoli e marchigiani,
Fiorenza, fior che sempre rinovella,
a sua corte v’apella;
che fare vol de sé rei dei Toscani,
da poi che li Alamanni
ave conquisi per forza e i Senesi.

PARAFRASI:
Ahimè, ora è tempo di soffrire tanto da parte di ogni uomo che ama con senso di giustizia la Ragione, tanto che io mi meraviglio se trova la salvezza perché dolore e pianto non l’hanno ancora ucciso. Vedendo la nobile Firenze sempre ricca e l’antico e onorato costume romano che sicuramente morirà, crudeltà molto villana, se Firenze non viene salvato presto: poiché l’onorata e sua potente grandezza e il suo pregio sono quasi del tutto scomparsi, e il valore e il potere si perdono. Ahimè, in quale giorno fu mai sentito un danno tanto crudele? Dio, come hai potuto sopportare che la giustizia muoia e l’ingiustizia trionfi?
Tanta gloria ci fu nell’indebolita Firenze, finché era leale verso se stessa, che conservava stile imperiale, conquistando grazie al suo grande valore numerose provincie e terre, vicine e lontane, sembrava che volesse creare un impero come in passato fece Roma, e le sarebbe stato facile, perché nessuno poteva esserle superiore. Ed esercitava giustamente questo ruolo poiché non si affaticava soltanto per sé, ma anche per mantenere giustizia e pace. E poiché le piacque fare ciò, divenne tanto potente che nel mondo non c’era luogo dove non fosse celebrato il valore del Leone.
Leone, ahi, ora non c’è, perché io lo vedo che gli sono stati strappati le unghie, i denti e la potenza e la sua grande stirpe è stata uccisa con dolore e con crudeltà e grande colpa messa in prigione. E chi gli ha fatto ciò? Coloro che sono discesi e nati dalla sua stirpe nobile, che furono da lui cresciuti e innalzati al di sopra di tutti gli altri cittadini e messi in una posizione di potere e di prestigio, diventarono così potenti che lo ferirono quasi a morte, ma Dio gli fece il dono della guarigione e lui li perdonò, e quelli poi lo riferirono, ma lui fu forte e li perdonò dalla morte. Adesso lo hanno conquistato ed hanno diviso le sue membra.
Il nobile Comune di Firenze è stato conquistato, ed ha scambiato le parti con il Comune di Siena, dato che tutta la vergogna e il danno che Firenze gli ha sempre inflitto, come sanno tutti gli italiani, gli restituisce, e gli toglie tutto il potere e l’onore, perché ha abbattu­to con la forza Montalcino, ha sottoposto al suo potere Montepulciano, della Ma­remma ha la cerva e la rendita; tiene come cosa sua Sangimignano, Poggibonsi e Colle Val d’Elsa, e Volter­ra e il suo contado; ha conquistato la campana di guerra, le insegne, le armi, gli arredi, con tutto ciò gli succede per colpa di quella stirpe che è più folle di qualunque altra.
E’ folle chi fugge il proprio utile e ricerca il danno, e fa sì che il suo onore si trasformi in vergogna, e dalla buona libertà, in cui vive con gran piacere, si riduce con suo gran danno sotto un potere sleale e malvagio, e sceglie come signore il suo grande nemico. A voi che siete ora in Firenze dico queste cose, poiché quello che è accaduto, a quanto pare vi piace; e poiché avete in casa i Tedeschi, serviteli per bene, e fatevi mostrare le loro spade, con le quali vi hanno tagliato i visi e uccisi i padri e i figli; sono contento che, poiché nel fare ciò dovettero sopportare grande fatica, gli dobbiate dare gran quantità delle vostre monete.
Offrite in dono molte monete e gran quantità di pietre preziose ai conti Guidi e agli Uberti e a tutti gli altri che vi hanno condotto a tanto onore, che hanno messo Siena in vostro potere; Pistoia e Colle e Volterra fanno custodire le vostre fortezze a loro spese. Il conte Aldobrandino di Sovana domina ora la Maremma e il suo territorio, Montalcino è al sicuro senza le mura; i Pisani temono Ripafratta, e i Perugini che togliate loro il lago, e Roma vuole fare alleanza con voi. Dunque sembra che abbiate onore, potere e ogni vantaggio: quello che desideravate potete farlo, cioè essere i signori della Toscana.
Baroni settentrionali e romani e meridionali e toscani e romagnoli e marchigiani, Firenze, fiore che si rinnova sempre, vi chiama alla sua corte, che vuol eleggersi re dei Toscani, dopo che ha sconfitto con la forza i Tedeschi e i Senesi.

ANALISI DEL TESTO:
4971173523_0fdbd48ab9_oL’argomento della canzone è la sconfitta subita durante la battaglia a Montaperti (1260) dai fiorentini della parte guelfa, nella quale militava Guittone. Nella prima strofa l’attenzione di Guittone è rivolta al presente, al crollo della potenza fiorentina. La rievocazione della grandezza di Firenze, attuata anche per mezzo del paragone con Roma, occupa la seconda strofa. La polemica contro i Ghibellini, colpevoli di tanta rovina, è presente nella terza, quarta e quinta strofa, a metà della quale compare un amaro sarcasmo, presente anche nella sesta strofa e nel congedo.

Nella canzone Ahi lasso, or è stagion de doler tanto il poeta, tipico rappresentante del comune cittadino, appare tutto immerso nelle tensioni derivanti dalla sconfitta subita dalla parte Guelfa di Firenze a Montaperti nel 1260. La prospettiva dalla quale si nar­rano gli eventi è solo soggettiva.
Il guelfo Guittone è attivamente partecipe dell’attività politica che riguarda la propria città e si presenta nelle vesti dell’intellettuale che è testimone, interprete e giudice di quanto succede. Inoltre vuole con chiarezza definire i princìpi ed i valori che regolano il vivere civile, trasmettendoli ai concittadini presenti e futuri. Questo avviene soprat­tutto attraverso il confronto tra l’attuale decadenza di Firenze e la sua antica grandezza, amplificata dal ricordo del mito di Roma e dei successi del recente passato. Il Leone, simbolo della potenza fiorentina, viene prima ricordato dal poeta-cittadino con orgoglio (vv. 29-30: «[…] al mondo no ha canto / u’ non sonasse il pregio del Leone»), poi con disperazione (vv. 31-34: «Leone, lasso, or no è, ch’eo li veo / tratto l’onghie e li denti e lo valore, / e ’l gran lignaggio suo mort’ a dolore, / ed en crudel pregio[n] mis’ a gran reo»). L’immagine del Leone privato ormai della sua forza introduce il discorso stilli divisioni interne e sulle ingratitudini politiche che hanno causato l’attuale decadenza. La sofferta partecipazione di Guittone alle vicende di Firenze è avvertibile anche dall’uso del sarcasmo e dell’ironia (vedi quinta strofa) che rendono più vibrato e sfer­zante lo sdegno dell’intellettuale costretto ad assistere, impotente, alla caduta della propria città. Che non ci sia speranza alcuna di riscossa, l’afferma sconsolatamente il congedo, amaramente ironico.
Il poeta in questo componimento è debitore della tradizione provenzale sia per il gene­re letterario che per lo stile: si rifà, infatti, sia al sirventese ed al planh (compianto) che al trobar clus. Il suo forte sentire e l’appassionata condivisione delle sorti della sua città lo accomunano ai numerosi poeti civili della letteratura italiana, primo fra tutti Dante, che però lo criticò duramente sul piano delle scelte poetiche.

 

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