Chi è questa che vèn, ch’ogn’om la mira – Guido Cavalcanti

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Guido CavalcantiChi è questa che vèn, ch’ogn’om la mira,
che fa tremar di chiaritate l’âre
e mena seco Amor, sì che parlare
null’omo pote, ma ciascun sospira?

O Deo, che sembra quando li occhi gira,
dical’Amor, ch’i’ nol savria contare:
cotanto d’umiltà donna mi pare,
ch’ogn’altra ver’ di lei i’ la chiam’ira.

Non si poria contar la sua piagenza,
ch’a le’ s’inchin’ogni gentil vertute,
e la beltate per sua dea la mostra.

Non fu sì alta già la mente nostra
e non si pose ’n noi tanta salute,
che propiamente n’aviàn canoscenza.

(Guido Cavalcanti)

PARAFRASI:

Chi è questa che avanza, che ognuno ammira, la quale fa tremare l’aria di luminosità e conduce con sé Amore, così che nessuno può parlare, ma ciascuno sospira?
O Dio, che cosa sembra quando gira gli occhi, lo dica Amore, perché io non saprei esprimerlo: mi sembra a tal punto donna umile, che ogni altra nei suoi confronti io la chiamo fastidio.
La sua bellezza non si potrebbe descrivere, dal momento che davanti a lei ogni nobile virtù s’inginocchia in atteggiamento di riverenza, e la bellezza indica in lei una veridica rappresentazione di sé.
La nostra mente non fu mai così acuta e non fu posta in noi tanta capacità, che adeguatamente possiamo averne conoscenza.

ANALISI DEL TESTO:

Si tratta di un sonetto in lode della donna, la cui superiorità è tale che il poeta non ha strumenti adeguati per descriverla.
Il sonetto reca ulteriori apporti alla definizione dell’amore stilnovistico e all’immagine della donna angelicata. Si rifà chiaramente a Guinizzelli, riprendendo il motivo della lode della donna già presente nel sonetto Io voglio del ver la mia donna laudare. Da un lato però cadono i paragoni naturali, concreti, che sono propri del sonetto guinizzelliano (la <<rosa>> e il <<giglio>>, la <<stella diana>>, la << verde rivera>> ecc.), e il discorso si fa più astratto e metafisico; dall’altro l’atteggiamento del poeta risulta qui più radicale nella sublimazione della donna, trasformandola in un essere sovrumano e irraggiungibile. Già l’interrogazione iniziale, che racchiude nel suo giro l’intera quartina, accentua l’atmosfera di stupore creata dall’apparizione di una creatura miracolosa. L’attacco rimanda al linguaggio biblico; e poiché, come osserva Contini, nel Medio Evo gli studiosi della Bibbia riferivano questi passi biblici a Maria, è evidente che nel sonetto cavalcantiano la figura della donna è assimilata a quella della Vergine, rafforzando così l’impressione di un’apparizione sovrannaturale. L’impressione è ulteriormente accentuata dall’immagine successiva, <<fa tremar di chiaritate l’âre>>, che richiama l’alone di luce che circonda appunto, nelle rappresentazioni del tempo, le figure sovrannaturali; parimenti <<sì che parlare / null’omo pote>> dà l’idea della putrefazione che coglie i mortali dinanzi alle manifestazioni del divino. Però già qui si introduce un elemento profano, la presenza del dio Amore, che dal clima mistico riporta all’ambito consueto della cortesia, ricordando quali sono i termini reali del discorso. Il clima mistico è ancora accentuato dall’invocazione a Dio che apre la seconda quartina (<<O Deo>>, v. 5).
Ma soprattutto si propone qui un motivo centrale dell’esperienza mistica e del suo linguaggio, quello dell’ineffabilità: la realtà sovrannaturale supera ogni possibilità di linguaggio umano, per cui l’uomo dinanzi ad essa non può che confessare la sua impotenza. Il tema dell’ineffabilità percorre tutta la poesia, costituendone la struttura portante (<<i’ nol savria contare>>, v. 6, <<Non si poria contar>>, v. 9), per culminare nell’ultima terzina, che è tutta dedicata ad esso: <<Non fu sì alta già la mente n0stra / e non si pose ‘n noi tanta salute, / che propiamente n’aviàn conoscenza>>. Qui il discorso non riguarda solo la poesia, ma viene a toccare direttamente il problema della conoscenza, in senso filosofico e teologico: la mente mortale dichiara la sua sconfitta, l’intelligenza dell’uomo non può raggiungere vertici così alti, non ha tanta <<salute>> (che verrebbe da spiegare come “Grazia”) da poter avere conoscenza adeguata della donna. A questo punto essa viene davvero assimilata a Dio, l’essere infinito ed assoluto, di cui non è possibile per l’uomo aver conoscenza totale. Cavalcanti conduce ben oltre il processo inaugurato da Guinizzelli, di conferire alla donna le caratteristiche della divinità e di modellare il culto ad essa tributato sul culto dovuto a Dio.

Per quanto concerne l’organizzazione formale del testo, si può rilevare una costruzione per così dire “a gradini“: la poesia è cioè costruita su una serie di riprese interne, per cui un motivo proposto nella prima strofa è ripreso nella seconda, uno proposto nella seconda è ripreso nella terza: <<Amor>>, che compare al verso 3 (<<e mena seco Amor>>), è richiamato al verso 6 (<<dical’ Amor>>), <<nol savria contare>> del verso 6 è ripreso al verso 9 <<Non si poria contar>>, con un allargamento da un’incapacità soggettiva e individuale ad un’incapacità generale ed assoluta; il paragone tra l'<<umiltà>> della donna e l'<<ira>> di tutte le altre, vv.7-8, è ripreso al verso 10, <<a le’ s’inchin’ ogni gentil vertute>>; infine l’ultima terzina, come si è visto, riprende il concetto della seconda, l’impossibilità di <<contar>> la <<piagenza>> della donna, allargandolo dalla poesia alla conoscenza in assoluto.
Questo sonetto cavalcantiano, oltre al motivo della lode, mutua da Guinizzelli anche le caratteristiche dello stile <<dolce>>, di cui abbiamo già sottolineato le caratteristiche.

Lo schema delle rime di questo sonetto è: ABBA, ABBA, CDE, EDC. Le figure retoriche presenti sono: L’iperbole al verso 2 <<fa tremar di chiaritate>> è chiaramente un’esagerazione; nel verso 3 e 4 è presente un chiasmo tra le parole Amor-Sospira | Parlare-Omo; sempre tra il verso 3 e 4 è presente l’unico enjambement del sonetto (<<…. sì che parlare / null’omo pote ….>>); Nel verso 5 è presente un Apostrofe: (<<O Deo …>>), il poeta si rivolge a Dio con un tono concitato; nel verso successivo c’è la Personificazione dell’Amore; Nel verso 7 e 8 c’è un’antitesi tra <<umiltà>> e <<ira>>. Nel sonetto sono inoltre presenti delle Anafore.

 

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About Raffaele C.

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