La crisi del sistema e l’esordio dei Fasci in Parlamento

I FASCI: UN MOVIMENTO DALLE MILLE ANIME
I Fasci di combattimento, nati per intercettare e rappresentare il disagio sociale del ceto medio, non furono mai un’organizzazione con un’ideologia coerente e solida. Furono piuttosto un movimento capace di inserirsi facilmente ad una realtà in crisi. Lo stesso programma di San Sepolcro era visto più come strumento della lotta politica per contrastare la classe politica di maggioranza e di opposizione.
I fascisti non si proponevano di cambiare il regime sociale ed economico esistente (come i socialisti e comunisti), ma di conquistare il potere politico. Per questo motivo, i programmi potevano cambiare a seconda delle circostanze e delle occasioni. Secondo i fascisti l’esercizio del potere era molto importante e doveva spettare ad una nuova generazione più determinata e violenta, migliore delle vecchie classi liberali e lavoratrici.

LE ELEZIONI AMMINISTRATIVE DEL 1920benito-mussolini-fonda-fasci-italiani-di-combattimento
Le prime elezioni furono un fallimento per i Fasci a causa dei pochi voti e di nessun seggio nel parlamento. Per questo motivo Mussolini decise di cambiare strategia cercando di stringere alleanze con le forze più rappresentative della destra liberale, nazionalista e clerico-moderata. Alle elezioni amministrative del novembre 1920, i Fasci entrarono a far parte dei blocchi nazionali e nel gioco politico. Le elezioni segnarono una caduta dei consensi al Partito socialista rispetto alle elezioni precedenti.

L’USO SISTEMATICO DELLA VIOLENZA
Appartenevano ai Fasci uomini di diversa estrazione politica, ad accomunarli era la giovinezza e l’ambizione, la volontà di scalzare una classe dirigente, comprendente anche i socialisti, vecchia e giudicata ormai inadeguata.
Una caratteristica dei Fasci era l’uso sistematico della violenza. L’aggressione fisica, la spedizione punitiva e la minaccia erano tutti strumenti utilizzati per la loro efficacia pratica e concreta che li distingueva dalla vecchia politica inconcludente fatta di parole.
La violenza fascista si sprigionò soprattutto nelle campagne, infatti il fascismo divenne una forza nazionale quando si trasformò nel braccio armato degli agrari (proprietari terrieri) che volevano contrastare con ogni mezzo le lotte dei braccianti e le leghe contadine. Il “fascismo agrario” fu l’anima del nuovo fascismo e lo squadrismo fu il mezzo di cui si servì. I fascisti, la piccola proprietà contadina e i commercianti, che soffrivano la concorrenza delle cooperative socialiste e la regolamentazione dei prezzi imposto dalle camere del lavoro, si schierarono insieme per combattere le leghe bracciantili. Nacquero così le squadre d’azione formate da giovani, da agrari, da piccolo borghesi e da veri e propri mercenari che si macchiarono di crimini destinati a rimanere impuniti perché protetti dalle autorità civili e militari.

I PRINCIPALI AVVERSARI DEI FASCISTI: I SOCIALISTI
L’uso della violenza si rivelò molto efficace nei confronti dei loro principali avversari, i socialisti. Le azioni degli squadristi misero in evidenza la debolezza e le contraddizioni del socialismo italiano che era solo apparentemente una forza unita. In realtà erano molto forti i gruppi dirigenti locali che potevano contare su larghe reti associative legate al territorio. L’azione violenta mirata a eliminare le maggiori personalità locali, avrebbe velocemente smantellato l’intero movimento, incapace di reagire alla sfida fascista.
Inoltre il socialismo italiano, dopo il fallimento del movimento dei consigli, era attraversato da un conflitto ideologico tra massimalisti (coloro che volevano a tutti i costi un cambiamento) e i riformisti (che volevano un accordo con la sinistra borghese).
Il consolidamento della Russia sovietica, la nascita della Terza internazionale, la crisi politica e le difficoltà economiche del ’21 furono tutti fattori che portarono ad una doppia scissione del partito: a sinistra nasce il Partito comunista d’Italia guidato da massimalisti come Bordiga e Gramsci, a destra il Partito socialista unitario guidato da riformisti come Matteotti.

GLI EQUIVOCI DEL MONDO CATTOLICO
La nascita del Partito popolare, anche in campo cattolico non aveva calmato le divergenze tra l’anima clericale e conservatrice, la componente centrista e democratica e la sinistra cattolica. La destra clericale era antisocialista e filo-fascista. Il centro seguiva una strategia democratica coerente con le indicazioni di don Sturzo e aperta alla collaborazione con i liberali. La sinistra cattolica sosteneva le posizioni socialmente più avanzate rappresentando le masse lavoratrici come i socialisti.

LE CONTRADDIZIONI DEL MONDO LIBERALE
Il compromesso di Giolitti tra capitale e lavoro, con l’integrazione del movimento operaio nello stato liberale in cambio di riforme e giustizia sociale, dopo la Prima guerra mondiale non fu più possibile.
Nel movimento operaio le speranze suscitate dalla rivoluzione russa si mescolavano con le delusioni per la sconfitta del biennio rosso, generando una situazione confusa e instabile.
Nella borghesia agraria e industriale la frustrazione per la crisi del primo dopoguerra lasciava sempre più spazio alla determinazione nel domare la minaccia bolscevica restaurando l’ordine capitalistico fondato sulla proprietà e sul profitto.
Quando nel 1921 la siderurgia italiana attraversò una grave crisi, che colpì soprattutto Ilva e Ansaldo con ripercussioni su banche finanziatrici e l’indotto (insieme di aziende minori legate ad un’impresa maggiore), lo stato intervenne massicciamente senza impedire che il crollo degli investimenti provocasse disoccupazione. La crisi economica fu breve ma acuta ed ebbe conseguenze importanti. L’eccedenza di forza lavoro ridusse il potere contrattuale dei sindacati e rianimò la grande borghesia agraria e industriale, che cominciò a pressare Giolitti affinché restaurasse l’autorità dello stato e l’ordine borghese e capitalistico.

LE ELEZIONI DEL 1921
In Italia, nel 1921, dopo la sconfitta operaia, la crisi economica e le azioni squadristiche, i socialisti furono fortemente indeboliti. Giolitti quindi sciolse prima le Camere per indire nuove elezioni nella speranza di rafforzare il centro liberale stringendo accordi con i Fasci.
L’esito delle elezioni non furono a lui favorevole. I socialisti diminuirono ma non crollarono, i popolari aumentarono e, per la prima volta, i fascisti entrarono in Parlamento con 35 deputati. Il dibattito sulla fiducia al governo mostrò la debolezza di Giolitti che infatti rassegnò le dimissioni.

 

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Pubblicato da Raffaele C.

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