Nuovi partiti politici e nuovi soggetti sociali del 1920

UN PARTITO DEMOCRATICO E CRISTIANO
Nel risorgimento, uno dei grandi temi era stato l’integrazione delle masse cattoliche nella vita politica della nazione. Papa Pio IX aveva vietato ai cattolici italiani, mediante l’enciclica Non Expedit, di partecipare alla vita politica italiana e dar vita ad un partito organizzato.
Però nel 1913, durante il governo Giolitti, la situazione cambiò. Grazie al Patto Gentiloni, stipulato tra l’Unione elettorale cattolica e i rappresentanti liberali, i cattolici potevano sostenere quei candidati liberali che fossero stati vicini agli ideali cattolici.
La vera svolta si ebbe dopo la Prima guerra mondiale, quando papa Benedetto XV, preoccupato della minaccia bolscevica, invita i cattolici a darsi da fare dal punto di vista politico. Così, nel gennaio del 1919, nasceva, su iniziativa di don Luigi Sturzo, il Partito popolare italiano. Il progetto di Sturzo era quello di ideare un partito cattolico, ma politicamente indipendente dalla Chiesa (non gestito dal Papa). Fu una grande novità perché finalmente anche i cattolici potevano entrare nella vita politica, candidarsi ed essere eletti nel Parlamento.

L’ASSOCIAZIONE NAZIONALE COMBATTENTI
Un’altra novità fu la nascita dell’Associazione nazionale combattenti (ANC). Non era un partito, ma un’associazione costituita dai reduci di guerra e dai frustrati per un mancato riconoscimento del loro sacrificio da parte dello Stato italiano. Gli aderenti erano quindi per lo più quelli che appartenevano alla bassa e media borghesia.
Mentre i socialisti ed i popolari esprimevano una forte visione del mondo, gli ex combattenti non avevano una chiara ideologia ma detestavano coloro che si erano arricchiti durante la guerra e avevano risentimento nei confronti delle classi più deboli perché temevano di perdere i privilegi che avevano acquisito. Si trattava dunque di un insieme di risentimento e desiderio di rivalsa.

MUSSOLINI FONDA I FASCI DI COMBATTIMENTO
eporuolofgc01In questo contesto storico, nel marzo del 1919, a San Sepolcro di Milano, Benito Mussoliti, un ex dirigente socialista radiato dal partito per essersi schierato in favore dell’entrata in guerra dell’Italia, fondò i Fasci italiani di combattimento.
I Fasci riuniva reduci di guerra ed esponenti della piccola e media borghesia antisocialisti. Il programma, inizialmente, era simile a quello socialista: voleva come forma di Stato la Repubblica e l’abolizione della monarchia; una legge elettorale proporzionale con l’aggiunta del voto femminile; la confisca dei profitti derivati dalla guerra; l’imposta progressiva sul reddito; l’abbassamento dell’età pensionabile e giornata lavorativa di otto ore.
La scelta di questo programma simile a quello socialista era dovuta al fatto che Mussolini aveva ancora cultura e ideali socialisti, ma anche al fatto che voleva conquistare al movimento molti socialisti cercando di convincerli con i loro ideali.
Gli elementi che differenziano il programma dei Fasci da quello socialista furono il nazionalismo e l’antibolscevismo. Il nazionalismo è il vero elemento che contrappone fascismo e socialismo. Mentre il socialismo è internazionalista, cioè rinnega lo sciovinismo (la difesa degli interessi della propria patria) e sostiene i diritti dei lavoratori senza distinzioni di nazionalità, il fascismo è ultra-nazionalista, afferma il primato dell’Italia e il suo diritto storico di imporsi nel mondo. L’antibolscevismo, invece, esprime il terrore della piccola borghesia per una rivoluzione ugualitaria, nata contro quella guerra che i fascisti vedevano come esperienza fondante sia dal punto di vista morale che politico.

LE ELEZIONI DEL 1919
A rendere il 1919 un anno importante contribuirono le nuove elezioni post guerra.
Per la prima volta si votò con il suffragio universale maschile e con una legge elettorale proporzionale, che tutelava persino il partito più piccolo, anche se c’era un quorum, di poter avere dei seggi in parlamento, cosa che non era possibile con una legge maggioritaria.
Con queste elezioni, socialisti e popolari ottennero un grande successo: il Partito socialista raccolse il 32,4% dei voti e il Partito popolare il 20,6%.
Liberali e radicali ottennero una cocente sconfitta, mantenendo a stento la maggioranza assoluta dei voti ma perdendo la maggioranza dei seggi. Il nuovo governo Nitti non poté che essere un governo di coalizione.
I fascisti ebbero la peggio non ottenendo nessun seggio. Tuttavia, nel giro di pochi mesi, il loro peso aumentò di molto tanto che nel giro di 4-5 anni diventò un grande partito ed il primo in Italia.

LA CRISI DEL 1920
Quando l’Italia entrò in guerra, Giolitti preferì mettersi in disparte. Con la crisi economica del dopoguerra, le difficoltà del governo Nitti e l’inasprirsi del conflitto sociale, Giolitti ritornò in campo, anche se le circostanze erano cambiate notevolmente.
Nel 1919 e nel 1920, le agitazioni nelle campagne e nelle città aumentarono e lo stato rispose con durezza e intransigenza. Nella primavera del 1920 aumentarono gli scioperi e le occupazioni delle terre da parte dei contadini, soprattutto del Sud, senza che però le organizzazioni sindacali contadine riuscissero a dare un chiaro indirizzo politico al movimento. Nel 1920 gli scioperi furono oltre 2000 e aumentò notevolmente il numero degli iscritti ai maggiori sindacati italiani (circa 3 milioni e mezzo).

IL MOVIMENTO DEI CONSIGLI DI FABBRICA
Nell’industria la situazione era peggiore, centinaia di migliaia di operai proclamarono lo sciopero generale con la nascita dei consigli di fabbrica, una nuova istituzione sindacale in cui si riunivano i rappresentanti degli operai.
Il primo consiglio di fabbrica era nato negli stabilimenti Fiat-centro nell’agosto del 1919. A differenza delle vecchie commissioni interne, formate da operai sindacalizzati e riconosciuti, i consigli nascevano come organismi di autogoverno operaio.
Secondo Gramsci i consigli non dovevano collaborare con le direzioni, ma porsi come prime cellule dell’organizzazione del nuovo stato proletario su esempio di quello dell’Urss.
Lo sciopero generale si concluse con una sconfitta per il movimento dei consigli che fu duramente contrastato dal padronato e dal governo Nitti.

LA CRISI DEL GOVERNO NITTI E IL RITORNO DI GIOLITTI
Oltre alla crisi economica e sociale vi era una crisi politica del governo Nitti, incapace di tenere unita l’alleanza tra liberali e popolari, i lo quali esortavano a difendere dal pericolo bolscevico l’autonomia e la stessa esistenza delle loro organizzazioni sindacali e sociali.
Quando nel maggio del 1920 Nitti si dimesse, Giolitti si accinse a formare il suo quinto governo per uscire dalla crisi.
In un comizio elettorale a Dronero, Giolitti rese pubblico un manifesto programmatico incentrato su tre punti: la restituzione della centralità al Parlamento, a scapito del governo; la promozione di un’azione parlamentare per risolvere le questioni economiche e politiche relative alla guerra; il risanamento del bilancio pubblico statale riducendo le spese militari e aumentando le entrate con criteri di equità sociale (imposta progressiva sul reddito).
Per le idee di fondo a cui si ispirava, si trattava di un programma bilanciato “a sinistra”. L’affermazione dei diritti dei lavoratori era l’essenza stessa di una società democratica e liberale. Ormai le classi popolari erano diventate le nuove forze dirigenti e questo si capiva anche dall’introduzione dell’imposta progressiva sul reddito.
Le file di destra rimasero intimorite ed irritate dal programma di Dronero. A quel punto Giolitti mitigò gli accenti più radicali concentrandosi su due punti: restituire centralità al Parlamento e arginare il disastro della finanza pubblica. Così Giolitti nel 1920 assunse la guida del governo con un ampio consenso parlamentare.

LE CRITICHE AL GIOLITTISMO
Giolitti suscitò anche aspre critiche a causa di contraddizioni. Tra di queste quella del trasformismo, ovvero la formazione di maggioranze parlamentari flessibili che da alcuni critici venivano viste come forme di patteggiamento e accordi sotto banco per la conservazione del potere ad ogni costo.

IL BIENNIO ROSSO
Il vero problema fu la gestione del confitto sociale che portò una crisi del giolittismo e che rischiò di portare l’Italia verso il baratro della guerra civile. Tra il 1920-21 l’Italia attraversò una stagione di conflitto sociale chiamata biennio rosso per i suoi caratteri socialisti e rivoluzionari. L’epicentro fu l’industria metallurgica, quella più colpita alla fine della guerra. La crisi era dovuta a difetti strutturali, infatti il settore era nato e si era sviluppato grazie alle commesse statali e alla protezione doganale. Adesso, con la concorrenza internazionale, la crisi impedì agli industriali metallurgici di accogliere le richieste di aumenti dei salari imposte dalla Fiom e dal ministero del Lavoro. Di fronte alla chiusura degli industriali sulla questione salariale, la Fiom decise di adottare una tattica di ostruzionismo basata sulla sospensione del lavoro a cottimo e la rigida osservanza di tutte le norme che tutelano i lavoratori. Tuttavia gli industriali non cedettero e vollero costringere il sindacato ad una lotta estrema per cercare di vincere.

LA SERRATA E L’OCCUPAZIONE DELLE FABBRICHE
Per questo motivo la direzione dell’Alfa Romeo decise la serrata (chiusura della fabbrica per costringere i lavoratori in sciopero ad arrendersi). Tuttavia il mezzo milione di operai metallurgici, invece di abbandonare la lotta, decisero di fare autogestione occupando le fabbriche e continuando la produzione. Centinaia di fabbriche vennero occupate anche da squadre di operai armati a protezione dei lavoratori. A guidare questo movimento furono i consigli di fabbrica che applicarono opzioni più radicali rispetto ai diplomatici tentativi sindacali. Infatti adesso la questione era diventata anche politica.

L’ATTENDISMO DI GIOLITTI
Di fronte a questa situazione Giolitti decise di temporeggiare convinto che con il tempo la crisi sarebbe passata. Era convinto che intervenire con le armi non sarebbe servito a nulla perché, dal punto di vista etico avrebbe violato il principio di non intervento dello stato nei conflitti tra capitale e lavoro, dal punto di vista politico avrebbe portato il paese nel caos scatenando una guerra civile, mentre un’attesa avrebbe calmato gli animi più rivoluzionari e ribelli.
La strategia di Giolitti fu corretta, infatti tra gli occupanti si approfondirono le divisioni e i contrasti tra massimalisti e riformisti, mentre l’indecisione sulla strategia da applicare andava sommandosi alla stanchezza e alla parziale soddisfazione per alcuni risultati ottenuti. Dopo settimane di scontri la protesta terminò spontaneamente e le proposte del governo vennero finalmente accettate.
Se Giolitti aveva correttamente previsto il decorso della crisi rivoluzionaria, non fece altrettanto nell’interpretazione di ciò che lasciò nella mentalità della borghesia agraria e industriale e del ceto medio impoverito dalla guerra che non simpatizzava né il socialismo, né la democrazia liberale. Fu grazie a questo insieme di risentimento, paura, insicurezza e desiderio d’ordine che il fascismo nacque e si affermò sempre di più.

 

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Pubblicato da Raffaele C.

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